di Ennio Bassi

L’inchiesta, ribattezzata il “Watergate russo”, coinvolge una rete di interessi illeciti legati a una catena di alberghi e potrebbe segnare un punto di svolta nella gestione del potere giudiziario in Russia

Un terremoto giudiziario ha colpito l’élite russa con la rimozione di Viktor Momotov, figura di primo piano del sistema legale del Paese. Presidente del Consiglio dei giudici dal 2016 e membro della Corte suprema dal 2010, Momotov è stato ufficialmente accusato dalla Procura generale di legami con la criminalità organizzata e di partecipazione illecita a un impero alberghiero. La sua estromissione è avvenuta all’indomani del deposito formale delle accuse presso il tribunale di Ostankino a Mosca. A sostituirlo è stato nominato Igor Krasnov, fino a quel momento Procuratore generale della Federazione russa.

Hotel, narghilè e crimine organizzato

Secondo la Procura, Momotov avrebbe avuto interessi informali nella catena di alberghi Marton, attiva in almeno sette regioni russe, tra cui Mosca. La rete di hotel farebbe capo ad Andrey Marchenko, imprenditore con un passato oscuro e descritto nei documenti ufficiali come affiliato alla criminalità organizzata di Krasnodar. La procura ha ordinato la confisca di 95 proprietà, tra cui 44 terreni e 54 edifici – alberghi, centri benessere e locali – per un valore complessivo stimato in 107,7 milioni di dollari. L’intero sistema, secondo l’accusa, sarebbe stato gestito grazie a legami tra Momotov e ambienti mafiosi, risalenti agli anni Ottanta.

Un intreccio lungo decenni

L’origine della vicenda risale agli anni universitari a Kuban, dove Momotov era docente di diritto e Marchenko suo studente. Dopo essersi lanciato negli affari, Marchenko fondò diverse aziende alle quali Momotov si associò nel 2007. Tre anni più tardi, alla vigilia del suo ingresso nella Corte suprema, Momotov cedette le sue quote alla madre, alterandone persino il cognome per depistare i registri patrimoniali. Tuttavia, il patrimonio dell’anziana risultò sproporzionato, e gli asset vennero successivamente registrati di nuovo a nome di Marchenko.

Quest’ultimo, già noto per precedenti penali minori, era stato accusato nel 2023 di evasione fiscale e aveva visto tre suoi hotel confiscati. In risposta, aveva cercato visibilità offrendosi come volontario per combattere in Ucraina, apparendo sui social in mimetica con fucile e lanciarazzi. Dopo un breve periodo al fronte, era tornato indietro sostenendo di essere stato ferito, ma fu poi accusato di diserzione e posto agli arresti domiciliari.

L’inchiesta si è ampliata fino a coinvolgere altre figure del potere giudiziario: tra maggio e agosto sono stati confiscati beni milionari ad altri giudici, tra cui Aslan Trakhov (Adighezia) e Aleksandr Chernov (Krasnodar). Il caso Momotov è solo l’ultimo episodio di una più ampia operazione di “pulizia” all’interno dell’apparato statale russo.

Putin: «La stabilità politica è oggi più importante che mai»

In un intervento che sembra collegarsi indirettamente al terremoto giudiziario in corso, il presidente Vladimir Putin ha ribadito l’importanza di mantenere l’ordine istituzionale: «Nelle condizioni attuali, la stabilità politica, la stabilità del nostro sistema politico e della situazione politica interna sono cruciali, due o tre volte più importante di quanto comunque è sempre stato per la Russia», ha dichiarato durante un incontro con Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale. Putin ha anche espresso gratitudine verso gli elettori che hanno partecipato alle recenti elezioni locali, definendo il loro gesto come «un dovere compiuto con coraggio» in un momento storico «estremamente delicato».

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