di Corinna Pindaro
Il progetto GREAT Trust immagina Gaza come hub turistico e tecnologico. Previsti investimenti per 100 miliardi di dollari, ma il piano divide e fa discutere
Un progetto dal valore di 100 miliardi di dollari promette di cambiare radicalmente il volto della Striscia di Gaza. Si chiama GREAT Trust – acronimo di Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation – e trae ispirazione dallo stile visionario e fortemente business-oriented caro a Donald Trump.
Il documento, rivelato dal Washington Post, descrive un futuro in cui Gaza diventa un polo turistico, tecnologico e commerciale, mentre i suoi abitanti rischiano di essere relegati a spettatori di una trasformazione guidata da interessi economici internazionali.
Gaza come “Riviera del Medio Oriente”
Secondo i promotori, la Striscia potrebbe trasformarsi in una destinazione turistica di lusso, con resort sul mare, grattacieli, smart city e centri per l’industria high-tech. Le immagini del progetto mostrano scenari che ricordano Dubai: parchi verdi, corsi d’acqua artificiali e infrastrutture moderne in netto contrasto con la devastazione causata da mesi di bombardamenti.
Lo slogan che accompagna il piano è eloquente: “Da un proxy iraniano demolito a un prospero alleato di Abramo”, sottolineando una visione che guarda più agli equilibri geopolitici e agli interessi regionali che alla popolazione locale.
Lo spostamento dei gazawi: tra incentivi e criticità
Il cuore del GREAT Trust prevede lo spostamento temporaneo di circa 2 milioni di palestinesi. Gli abitanti avrebbero due opzioni: accettare un incentivo economico per trasferirsi all’estero (5.000 dollari in contanti più un contributo per quattro anni di affitto), oppure restare in enclave “deradicalizzate”, cioè aree della Striscia senza la presenza di Hamas, durante il periodo di ricostruzione.
Chi possiede case o terreni riceverebbe in cambio dei diritti immobiliari un token digitale, spendibile per avviare una nuova vita altrove o per riscattare un’abitazione in una delle future smart city pianificate con l’intelligenza artificiale.
Il ruolo degli Stati Uniti e degli investitori privati
Il piano prevede che Washington assuma il controllo amministrativo di Gaza per almeno dieci anni. A differenza di altre iniziative come la Gaza Humanitarian Foundation, il GREAT Trust non si baserebbe su fondi governativi né su donazioni internazionali, ma su un mix di capitali pubblici e privati.
Gli ideatori stimano un ritorno economico fino a quattro volte superiore all’investimento iniziale nel giro di un decennio. Tra i progetti previsti figurano grandi alberghi sul mare e impianti industriali dedicati alle auto elettriche.
Kushner, Blair e la diplomazia parallela
L’idea di trasformare Gaza in una “Riviera del Medio Oriente” non è nuova e trova le sue radici nelle proposte di Jared Kushner, genero di Trump e già attivo in progetti economici nella regione. Alla Casa Bianca si discute apertamente del piano: all’ultima riunione hanno partecipato, oltre a Kushner, l’ex premier britannico Tony Blair, l’inviato di Trump Steve Witkoff e il segretario di Stato Marco Rubio.
La proposta di Blair si differenzia per alcuni punti chiave: mantenere i palestinesi nella Striscia senza spostamenti forzati, trasformare Gaza in un hub commerciale e balneare e avviare un dialogo diretto con Abu Mazen.
Una visione che divide
Donald Trump ha più volte ribadito che Gaza ha “una posizione eccezionale e un clima magnifico” e che “deve essere ricostruita in modo diverso”. Tuttavia, dietro la retorica degli investimenti e delle opportunità si cela un piano che rischia di marginalizzare ulteriormente la popolazione locale, trattata più come un ostacolo da gestire che come protagonista della ricostruzione.
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L’articolo Piano GREAT Trust: il progetto di Trump che punta a trasformare Gaza in una “Dubai sul Mediterraneo” proviene da Associated Medias.

