di Velia Iacovino
Nel cuore di una guerra lunga quasi due anni, la popolazione civile affronta fame, distruzione e una diplomazia ancora bloccata.
A quasi un anno dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas, il bilancio umano continua a crescere con numeri che parlano da soli: secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza, almeno 62.064 palestinesi sono stati uccisi dai bombardamenti israeliani dall’ottobre 2023. Tra le vittime, 18.885 sono bambini, un dato che rende evidente la portata devastante del conflitto sulla popolazione civile. Solo nella giornata di martedì, oltre 50 palestinesi hanno perso la vita sotto i raid israeliani. Tra loro, anche sette persone che si trovavano in coda per ricevere aiuti alimentari, testimonianza drammatica di una crisi umanitaria che continua a peggiorare. Le condizioni nella Striscia sono ormai al collasso: la popolazione civile, già stremata da mesi di guerra, soffre per la carenza di cibo, acqua potabile e assistenza medica. Oltre 156.000 persone sono rimaste ferite, molte delle quali senza accesso a cure adeguate.
Sul fronte diplomatico, uno spiraglio sembra aprirsi. Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha dichiarato che “la palla è nel campo di Israele”, riferendosi alla possibilità di un cessate il fuoco. La dichiarazione segue l’annuncio da parte di Hamas di aver accettato una proposta di tregua, avanzata probabilmente attraverso mediatori internazionali. La comunità internazionale osserva con attenzione, ma con crescente frustrazione per l’inerzia diplomatica. Dall’altra parte del confine, anche Israele ha pagato un prezzo alto: 1.139 persone sono state uccise durante gli attacchi del 7 ottobre 2023, tra cui più di 200 rapiti e presi in ostaggio da Hamas. L’evento ha segnato l’inizio della controffensiva israeliana, dando il via a una delle guerre più letali nella storia recente della regione. La guerra ha lasciato ferite profonde che difficilmente si rimargineranno in tempi brevi. I numeri raccontano solo una parte della tragedia: dietro ogni vittima, c’è una storia spezzata, una famiglia distrutta, un futuro negato. La necessità di un cessate il fuoco non è più solo una questione politica, ma un’urgenza umanitaria.
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