di Guido Talarico
“Ci dicevano che sarebbe stato impossibile realizzare il primo incubatore certificato privato del Sud Italia: fatto. Che sarebbe stato impossibile convincere il più importante Fondo di Investimento italiano ad investire nel Sud Italia: fatto. Che sarebbe stato impossibile creare il più grande campus per l’innovazione del Mediterraneo: fatto. Che sarebbe stato impossibile integrare tante tech factories prima in un grande consorzio e poi in un ecosistema più ambizioso: fatto. Che sarebbe stato impossibile promuovere dalla Calabria e dal Sud Italia un think tank ed un Forum nazionale ed internazionale: fatto. Ora continuano a dirci che tutto ciò che ancora immaginiamo per il futuro è impossibile. È difficile spiegare e far comprendere il nostro modello. È il prezzo che si paga quando si vuole fare una cosa radicalmente nuova. Noi andiamo avanti“
di Guido Talarico
Incontrai per la prima volta Francesco Cicione per un annuncio immobiliare. Finimmo per parlare di futuro, di innovazione, di sviluppo, di etica e di meridione. E da allora non abbiamo mai smesso. Ogni volta che ci vediamo alla fine il comune sentire ci porta lì, cioè a parlare di quei temi che ci appassionano e che Francesco ha messo al centro del suo essere uomo, studioso, imprenditore. Ed è proprio per la passione e per la forza interiore che mette in tutto ciò che fa che mi piace parlare con questo innovatore che forse avrebbe dovuto fare il musicista, con questo imprenditore che vuole il profitto come conseguenza di scelte etiche, con questo visionario che parla del sud del mondo come un luogo di opportunità. Questa intervista è nata dopo Global South, l’evento che ha sancito la fine di un lungo viaggio cominciato da Entopan 25 anni e che ha aperto la porta ad una nuova tappa almeno lunga altri cinque lustri. Entopan, neanche a dirlo, è la società fondata da Francesco Cicione. Sulla sua vita trovate tutto o quasi in questo link. Quello che invece leggerete qui è la lunga sintesi di una storia che ha già fatto la storia e che continuerà a farla.
Francesco parli spesso di audacia come virtù necessaria per costruire il futuro. In che modo questa visione ha ispirato la nascita di Entopan che quest’anno compie il suo 25° anniversario e del progetto dell’Harmonic Innovation Ecosystem che ne è derivato?
L’audacia, nella sua etimologia latina audere — “osare” — non è un atto di presunzione, ma il coraggio di rispondere a una chiamata interiore. Di più, è la risposta ad una vocazione e a una missione, vorrei dire. E’ l’urgenza di essere veri. È il passo di chi sa che il futuro non si attende, ma si costruisce, e che, per farlo, occorre “gettare il cuore oltre l’ostacolo” senza smarrire la rotta. Abbiamo il dovere di essere eccellenti. Nel senso più vero, più alto, più bello della parola eccellenza: dal latino ex cellere – muoversi verso, spingersi verso, elevarsi verso il valore più alto. C’è una radice etica e una prospettiva ascetica in questo dinamismo, che ripudia ogni superbia ed ogni povertà dello spirito. Siamo chiamati al meglio. Siamo chiamati a vincere la gravità della mediocrità corrente – intellettuale, morale, spirituale, professionale – che troppo spesso ci imprigiona e ci trascina verso il basso. Siamo chiamati a realizzare noi stessi katà métron, secondo misura. E per farlo, l’eccellenza deve sempre coniugarsi con la semplicità. Per me, audacia è stata la decisione, ancora studente, di immaginare e avviare un’opera che molti consideravano irrealizzabile: radicare nel cuore del Sud Italia, nel territorio che fu della Magna Grecia, un centro di competenza globale, capace di far dialogare tecnologia e umanesimo, scienza e sapienza, economia e antropologia, arte e tecnica. Entopan è nata così: come intimo desiderio e intuizione personale, che nel tempo sono progressivamente diventati progetto corale. Come zattera ardimentosa in un mare difficile e sconosciuto. Harmonic Innovation Group ne è la naturale fioritura industriale, ovvero il tentativo di trasformare questa audacia in struttura permanente, in un “ecosistema dell’innovazione armonica” che abbia nel Sud Italia e nel Mediterraneo il suo epicentro e nel mondo il suo raggio d’azione.
Nel forum Global South Innovation si è parlato di un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Quali sono, secondo te, i pilastri imprescindibili di questo modello?
Ogni epoca ha avuto la sua idea di sviluppo. La nostra — figlia di un Antropocene accelerato e spesso inconsapevole — rischia di ridursi a un algoritmo che massimizza indicatori quantitativi, dimenticando l’essenziale: che lo sviluppo è misura dell’uomo, non il contrario. Al modello di sviluppo corrente – estrattivo, acquisitivo, eminentemente quantitativo e perennemente incrementale – opponiamo, in modo costruttivo, tanto dialetticamente quanto sostanzialmente, la possibilità di un modello generativo: coesivo, inclusivo, qualitativo. Un modello che non consuma ma crea, che non esaurisce ma rigenera, che non divide ma connette. Perché solo ciò che genera, vive. Sono innumerevoli gli indicatori che ci parlano delle contraddizioni profonde di un modello di sviluppo perverso, che custodisce al proprio interno il grande paradosso della contemporaneità: da un lato accresce e diffonde benessere, dall’altro amplifica – in modo esponenziale – disuguaglianze sempre più gravi. Sociali, economiche, ambientali, demografiche, democratiche. Disuguaglianze epocali, senza precedenti. Un sistema che promette inclusione, ma produce esclusione su scala globale. “Le mirabili sorti e progressive”, probabilmente, ci sono sfuggite di mano. Un dato, su tutti, lo testimonia. La tecnosfera ha raggiunto e superato la massa della biosfera. La massa artificiale prevale sulla massa naturale. Non si tratta, quindi, solo di governare l’avvento dell’intelligenza artificiale, quanto di governare l’avvento della società artificiale di cui ha parlato Popitz. Dopo la società aperta e la società liquida siamo entrati nell’era della società artificiale. Tutto sta diventando artificiale. E questa artificialità ci schiaccia, ci soffoca, ci sovrasta, ci uccide. Eppure, ci ostiniamo a non cambiare. Siamo prigionieri di noi stessi, dei nostri vizi, della nostra voluttà, della nostra ingordigia, della nostra superbia, del nostro falso benessere. Empi ed infelici. Poiché non può esserci felicità nell’ingiustizia. Viviamo da carnefici. Il nostro benessere costa letteralmente la vita di un pezzo di umanità presente e futura. La storia ci presenterà il conto. La storia ci sta già presentando il conto. Dobbiamo cambiare. Dobbiamo coniugare giustizia, legalità e sviluppo. Dobbiamo ricomporre la frattura tra verità dell’essere e verità dei fini. Al motto olimpico dobbiamo sostituire il motto aureo. Dobbiamo ricominciare ad agire da buoni antenati delle future generazioni e da buoni discendenti delle generazioni che ci hanno preceduti. Dobbiamo vivere da custodi e non da proprietari del creato. Dobbiamo ricordare che il nostro diritto di proprietà non è mero ius utendi et abutendi bensì potestas procurandi et dispensandi. Abbiamo bisogno di una nuova matematica e di una nuova grammatica dello sviluppo. Lo desideriamo tutti, ma nessuno ha il coraggio di farlo. Nessuno ha la forza di abbandonare la propria comfort zone. Vorremmo che fossero gli altri a cambiare affinché noi si possa restare nei nostri privilegi. Non può esserci cambiamento restando all’interno dello schema che vogliamo cambiare. Siamo chiamati a essere eretici, ad inseguire “virtute e nuova canoscenza”, oltre l’extrema Thule del mondo conosciuto. È un grido di giustizia che si leva dal Sud. Dal Global South.
Tu definisce il Sud “il più antico luogo di futuro”. Cosa significa concretamente pensare il Mezzogiorno come piattaforma globale di innovazione e non come area da recuperare?

Significa rovesciare la prospettiva: non più area depressa da “aggiustare”, ma matrice di complessità, creatività e resilienza. Il Mezzogiorno, per la sua posizione geografica e la sua stratificazione culturale, è un laboratorio naturale di sintesi e convivenza tra differenze. Non si tratta di importare modelli, ma di esportare capacità: quella di abitare la complessità, di trasformare fragilità in leve strategiche, di far nascere dal Sud soluzioni globali. Esiste un Mezzogiorno che ritiene che la questione della costruzione di un Sud competitivo ed innovativo, prima ancora che una questione politica o economica – o meglio ancora geopolitica e geoeconomica – sia una profonda questione morale. In quanto tale, esige un’autosovversione interiore. Una ribellione teorico-pratica. Esiste un Mezzogiorno che – nonostante sia perennemente in bilico tra vittoria e sconfitta, luci ed ombre, passato e futuro – coltiva la fiducia. Perché si considera opportunità, piuttosto che problema. Mezzogiorno con gioia, direbbe Luca Meldolesi, “perché un’idea di sviluppo che non è incoraggiante non è una buona idea”. Un Mezzogiorno che sa di poter essere il “primo Sud del mondo”. Mezzogiorno, mezzomondo, si potrebbe dire. E nel coltivare la fiducia coltiva la consapevolezza. La consapevolezza che vanno combattuti con determinazione i flagelli e le piaghe che ne hanno bloccato lo sviluppo: criminalità, corporativismo, clientelismo. Esiste un Mezzogiorno che sollecita il capitalismo finanziario e industriale a uscire dal silenzio e dalla comfort zone degli investimenti sicuri, assumendo la responsabilità di svolgere una funzione attiva, poietica, generativa e generosa nell’attivazione di nuovi processi di sviluppo e competitività. Esiste un Mezzogiorno che vuole superare la formula del distretto per diventare vero e proprio ecosistema. Valorizzando tutta la propria biodiversità. Esiste un Mezzogiorno che vuole far emergere dal basso una nuova strategia di sviluppo per superare la tendenza atavica al verticalismo ed alla SUD-ditanza: oltre la cultura dell’assistenzialismo e delle lamentazioni. Nella consapevolezza che il “nuovo viene da Sud”. Esiste un Mezzogiorno che vuole essere comunità, che vuole contrapporre al “familismo amorale” la “comunità di morale.” Perché riconosce che costruire un nuovo paradigma di sviluppo è un progetto di comunità che esige una comunità di progetto per essere attuato. Esiste un Mezzogiorno convinto che – parafrasando Albert Hirschman – la definizione di un nuovo paradigma di sviluppo sia “intuizione creativa”. Un atto di arte, ancor prima che di scienza economica, scienza politica o scienza sociale. Esiste un Mezzogiorno che coltiva nuove ambizioni e nuove visioni. Che non si accontenta più di rincorrere, ma vuole guidare. Che intende giocare un ruolo centrale nelle dinamiche globali delle economie di transizione ad alta marginalità. Che aspira a diventare vera piattaforma Mediterranea, per dirla con Braudel, luogo di scambio, sintesi, innovazione. Che ambisce a essere – e deve essere – cerniera tra le energie dell’Africa giovane, le ambizioni dell’Oriente antico e le esigenze dell’Occidente Atlantico. Esiste un Mezzogiorno che scruta la storia per rintracciare tracce utili all’oggi, per trasformare i sentieri interrotti in traiettorie di cambiamento. Per essere un ponte tra Nord e Sud del mondo, tra passato profondo e futuro possibile. Esiste un Mezzogiorno che promuove processi di sviluppo sbilanciato. Che crede nella necessità di un salto non lineare, nella forza trasformativa delle discontinuità paradigmatiche. Che non si limita a restare ma lavora per attrarre grandi capitali industriali e finanziari, e che si impegna per creare le condizioni reali affinché ciò avvenga concretamente. Non più attraverso la retorica sterile e improduttiva di una cultura istituzionale logora, inefficace nell’attrazione di investimenti, ma con visione, coraggio e capacità operativa. Che vuole fare massa critica. Che vuole valorizzare il proprio capitale umano e le proprie risorse strategiche in una logica “non imperialista”, lavorando affinché il valore aggiunto resti sui propri territori. Che vuole recuperare efficienza e competitività nell’economia tradizionale e analogica a bassa marginalità. Ma che, soprattutto, punta a conquistare presenza e centralità nelle economie innovative e digitali ad alta marginalità. È qui che si gioca la partita dell’accrescimento del PIL, non solo italiano, ma anche Europeo. Perché lo sviluppo del SUD non è una questione locale, ma una sfida Europea e globale, che riguarda gli equilibri futuri dell’intero continente. Esiste un Mezzogiorno culturalmente creolo e meticcio, e per questo ontologicamente preparato ad abitare la complessità del presente. Una realtà profonda, un’onda calda ma sotterranea che ha solo bisogno di punti di fuga per emergere, essere messa in rete e sprigionare il proprio potenziale di crescita. Un capitale intangibile, che riconosce nell’innovazione un bene comune, non una rendita per pochi, ma un’opportunità condivisa. Esiste un Mezzogiorno che esiste davvero: oltre gli stereotipi, oltre le retoriche, oltre i pregiudizi. Un Mezzogiorno che non chiede concessioni, ma rivendica visione.
Harmonic è destinato a diventare il più grande campus per l’innovazione del Mediterraneo, finanziato senza alcun ricorso a risorse pubbliche ma attraendo grandi investitori nazionali ed internazionali. Quali sfide avete affrontato per realizzare questo progetto in Calabria, e quali risultati già intravede?
Per sintetizzare, potrei dire che le sfide sono state essenzialmente tre. La prima culturale: dimostrare che, dal Sud, si può costruire un’infrastruttura di scala internazionale con capitali privati e visione di lungo termine. La seconda reputazionale: superare lo stigma di “marginalità e pregiudizi” per restituire centralità a un territorio strategico. La terza sistemica: creare filiere industriali e tecnologiche in un contesto spesso carente di infrastrutture adeguate. Oggi Harmonic è già attrattore di capitali, competenze e idee. È un simbolo di ciò che può accadere quando la progettualità incontra la perseveranza: “costruire in pietra in un’epoca di sabbia”, per dirla con un’immagine. Non è stato facile. A tutti è sempre sembrato impossibile ciò che dicevamo di voler fare. Ci dicevano che sarebbe stato impossibile realizzare il primo incubatore certificato privato del Sud Italia: fatto. Ci dicevano che sarebbe stato impossibile convincere il più importante Fondo di Investimento italiano ad investire nel Sud Italia: fatto. Ci dicevano che sarebbe stato impossibile creare il più grande campus per l’innovazione del Mediterraneo: fatto. Ci dicevano che sarebbe stato impossibile integrare tante tech factories prima in un grande consorzio e poi in un ecosistema più ambizioso: fatto. Ci dicevano che sarebbe stato impossibile promuovere dalla Calabria e dal Sud Italia un think tank ed un Forum nazionale ed internazionale: fatto. Ora continuano a dirci che tutto ciò che ancora immaginiamo per il futuro è impossibile. Che prima o poi la nostra bolla esploderà. È difficile spiegare e far comprendere il nostro modello. È il prezzo che si paga quando si vuole fare una cosa radicalmente nuova. Noi andiamo avanti. La storia ci ha sempre dato ragione. Certo, siamo stati sognatori. Siamo sognatori. È una cosa bella sognare. Spesso, nei nostri riguardi, questo sostantivo è stato utilizzato per scoraggiare e per screditare. Sognatore era sinonimo di millantatore. È successo in passato. Succede ancora oggi. Succederà in futuro. È la storia di chiunque provi a fare vera innovazione. Non ci siamo lasciati fermare. Non ci lasceremo fermare. Perché compito degli innovatori è navigare controcorrente. Con molta umiltà, dico a tutti: il nostro cammino è diverso. È segno di contraddizione. È scandalo. È pietra di inciampo. Perché l’innovazione o è segno di contraddizione o non è. O è pietra di inciampo o non è. O è scandalo o non è. Per questo amo ripetere: l’innovazione si è, non si fa. Siamo chiamati non a fare o ad avere, ma ad essere. E ogni giorno dobbiamo chiederci: chi vogliamo essere? La sfida che lanciamo a tutti è: camminate con noi. Noi siamo stati capaci di arrivare fin qui, ciascuno utilizzi quanto abbiamo fatto noi per fare di più e per produrre nuovi e maggiori frutti. Il nostro è un progetto di comunità che ha bisogno di una comunità di progetto per prosperare. Abbiate il coraggio di farlo. Costruiamo insieme qualcosa che duri, qualcosa di cui essere fieri. Siate anche voi scandalo e pietra di inciampo. Il mondo ne ha bisogno. Lo dico ai nostri manager, ai nostri soci: abbandonatevi definitivamente al nuovo, oppure abbandonate definitivamente il nuovo. Lo dico ai nostri partner e compagni di viaggio, pubblici e privati: costruiamo insieme qualcosa di nuovo, qualcosa di bello, qualcosa di grande. Si può fare. Facciamolo. Noi continueremo a farlo. Perché siamo Possibilisti. Siamo Magnogreci – e dunque Mediterranei, uomini e donne del Sud. Siamo Umanisti. Siamo Amanti del bello – etico ed estetico. Siamo Uomini e Donne di Fede. E nella fede, la speranza di futuro è certezza di presente. Proseguiamo il nostro cammino allora. Perché: “Abbiamo miglia da percorrere e promesse da mantenere prima di andare a dormire. Miglia da percorrere e promesse da mantenere prima di andare a dormire”.
Come si coniugano nel vostro approccio l’innovazione tecnologica e quella “etica”, amica dell’uomo? Qual è il ruolo della dimensione umanistica nella vostra visione?
Per noi l’innovazione è strumento di umanizzazione, non di alienazione. La tecnologia, se slegata da un orientamento etico e umanistico, rischia di diventare un idolo, un “vitello d’oro” della modernità. L’innovazione armonica integra la rapidità della tecnica con la profondità delle tradizioni culturali, filosofiche e spirituali, nella convinzione che “l’utile senza il giusto” sia un guadagno sterile. L’umanesimo, in questa visione, è il guardiano dei fini: interroga i mezzi, misura l’impatto sulla dignità e sulla libertà delle persone, orienta lo sviluppo verso una prosperità che non sia mero accumulo, ma fioritura umana. Vogliamo contribuire a costruire un mondo migliore. L’innovazione è lo strumento più potente per farlo. Tuttavia, non basta l’innovazione dal mercato e per il mercato che punta ad accrescere la competitività ed i profitti nel breve termine. E non basta applicare un più o meno efficace storytelling ESG a questo tipo di innovazione. Abbiamo bisogno anche di una innovazione diversa. Lo spiegano lucidamente Wiener e Wallach nei libri che abbiamo pubblicato nella nostra Collana Editoriale sull’innovazione promossa con Rubbettino Editore (https://www.store.rubbettinoeditore.it/collana/genera-collana-di-innovazione-armonica/). La scala temporale del mercato e quella degli impatti sono strutturalmente irriducibili l’una all’altra. Abbiamo bisogno di un’innovazione per l’umano, che, svincolata dalle logiche del breve termine – finanziarie, operative ed organizzative – si faccia carico di perseguire obiettivi di salvaguardia e custodia nel lungo termine. Abbiamo bisogno di una innovazione capace di costruire nuove morfologie di futuro innervandole in vecchie ontologie di senso. Un’innovazione ontologicamente buona. Non significa puntare alla decrescita tecnologica. Anzi al contrario, come dice spesso Alec Ross, correre verso il futuro, correre verso le nuove tecnologie, preservando – aggiungo io – una visione etica dell’innovazione. Ad Alec che ci invita ad essere cowboy, io rispondo sempre affettuosamente che noi invece vogliamo essere contadini, pur consapevoli che i cowboy ed i contadini sono necessari gli uni agli altri. Gli uni conquistano nuovi territori, gli altri li rendono fertili e generativi. Dobbiamo attingere alla sapienza ed alla pazienza contadina. C’è bisogno di tempo per fare vera innovazione buona. C’è bisogno di tempo per costruire veri ecosistemi per l’innovazione. Circa trent’anni, ci insegnano i precedenti. Anche in Silicon Valley. Ed il modello Silicon Valley non è l’unico possibile. Probabilmente non è il migliore. Certamente non è il nostro modello. Sono stati sprecati molto tempo e moltissime risorse per inseguire quel modello. È un falso mito che si autoalimenta e che produce gravissime diseguaglianze. Esistono vie nuove. Fondate sulla capacità delle comunità di trasformarsi in ecosistemi coesi. E poi, ancora, su una visione nuova dell’innovazione. Una visione generosa e generativa. Una visione che veda il profitto come conseguenza e non come fine primario. Per non smarrirsi, l’innovazione ha bisogno di un “cuore”. Un cuore di “essere umano”, costantemente rigenerato nella ricerca della propria essenza costitutiva e veritativa. Senza questo cuore, l’innovazione non è vera innovazione e farà fatica a germinare frutti belli, buoni e utili. Senza questo cuore, l’innovazione – e qualunque discorso su di essa – diventa effimera, un vano miraggio di onnipotenza. Un’illusione che, il più delle volte, finirà per distruggere anziché creare, quali che siano le intenzioni o le ragioni che la muovono.
Tu parli di controintuitività come tratto distintivo dell’innovazione. In che modo questo approccio si manifesta nei progetti che promuovete con Entopan e Harmonic?
La controintuitività è la virtù di chi vede opportunità dove altri vedono criticità. È costruire un hub globale in una terra data per “periferica”, trasformare il limite in risorsa, vedere nel Sud non un punto di arrivo di aiuti, ma un punto di partenza di idee. In Entopan ed in Harmonic Innovation Group, la controintuitività si traduce nel privilegiare ecosistemi collaborativi rispetto alla competizione esasperata, nel misurare il valore in termini di capitale relazionale e culturale, e non soltanto finanziario.
Il Mediterraneo come “fenice”, luogo di rinascita: che ruolo possono giocare oggi Calabria e Sud Italia in un contesto geopolitico globale così instabile?
“Rassicurante passato, oh! Mediterraneo!… La sua vita rinasce sui nostri dolori. Prende il volo! e da quali ceneri – luminosa fenice!” Così scriveva Albert Camus, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, ricordandoci – con gentilezza visionaria e autorevole lungimiranza – che il Mediterraneo e la sua storia (assiro-babilonese, fenicia, magnogreca, araba, giudaica, cristiana, bizantina, ottomana, normanno-sveva, rinascimentale, angioina, borbonica, angloamericana) non rappresentano soltanto un luogo fisico, ma un topos culturale e simbolico, da cui l’Umanità può riprendere il cammino verso una pace duratura e un progresso autentico. Ovvero la centralità dell’“Oceano Meridiano” – nei suoi molteplici significati – come il vero “luogo dei luoghi” della ripartenza. Un centro di dialogo, scambio, innovazione e rigenerazione, che incarna la sintesi tra identità storica e visione futura. Riteniamo che questa visione sia attuale anche oggi, sia sul piano geopolitico, che su quello geoeconomico, geostrategico e geografico. Il Mediterraneo è cerniera, frontiera. Dal Mediterraneo passa la più grande sfida dei prossimi 50 anni: integrare i Sud del mondo. È nel Mediterraneo che si gioca la partita del futuro. E noi dobbiamo essere pronti. Il Mediterraneo è stato, per secoli, il cuore pulsante della civiltà mondiale. La Calabria ed il Sud Italia, nodi naturale di questo sistema, possono diventare piattaforma di transizione energetica, digitale e sociale. Ma serve un approccio che trasformi il Mediterraneo da confine a luogo di progetto comune: mare che unisce, non che divide; cerniera, non barriera; luogo di incroci e non di croci, di incontri e non di scontri, di vita e non di morte. C’è bisogno di un approccio geo-politico e geo-strategico maturo, condiviso ed illuminato.
In un mondo dominato da metriche immediate e ritorni a breve termine, come si costruisce un orizzonte intergenerazionale di cambiamento? E come si comunica un simile approccio?
Si costruisce con la pazienza dei monaci amanuensi, consapevoli che ciò che si scrive oggi sarà letto domani. Si costruisce con la pazienza dei costruttori di cattedrali che sanno di lavorare su manufatti di cui non vedranno il completamento. Significa sostituire l’indice trimestrale con l’indice di eredità: ciò che lasciamo in più — o in meno — a chi verrà dopo di noi. Entopan ed Harmonic Innovation Group intendono superare la cogenza generale dell’economics, che diventa poi costrizione, a causa dell’assunto – spesso implicito – che la motivazione chiave dell’attività economica si riduce all’avidità umana più immediata. Si dà per ovvio e assodato che l’innovazione deve condurre ad un surplus: un margine, un profitto, un plusvalore o comunque lo si voglia chiamare. Al contrario, Harmonic Innovation Group si concentra sullo sviluppo, meglio ancora, sulla correzione dei differenziali di sviluppo nella convinzione che la giusta remunerazione economica del capitale investito in progetti a carattere innovativo sia una conseguenza di secondo ordine, che discenderà e seguirà il ritorno in termini di sviluppo che l’innovazione stessa deve perseguire e realizzare. Questa impostazione ha bisogno di essere sostenuta da capitali pazienti e stakeholder istituzionali, nella prospettiva dell’impresa privata di interesse pubblico nella prospettiva del lungo termine e dell’approccio ecosistemico. Questa la stella polare che orienta il progetto Harmonic Innovation Ecosystem, nella sua crescita e nell’ambizione positiva che lo anima. Si comunica non con slogan, ma con coerenza di vita e di azione. La narrazione diventa credibile solo quando è incarnata, quando la visione proclamata coincide con la testimonianza vissuta.
Il campus Harmonic attrarrà startup, fondi e centri di ricerca internazionali. Qual è la strategia per renderlo un nodo permanente nei network globali dell’innovazione?
Tre direttrici. La prima connessione organica con hub e cluster di eccellenza globali. La seconda infrastruttura integrata fisica e digitale per garantire collaborazione continua. La terza posizionamento strategico del Mediterraneo come “laboratorio di complessità” in cui testare e validare soluzioni scalabili. E poi, ultima ma non ultima, stringete coerenza con la visione che he ha determinato la nascita.
Dalla Calabria alla Silicon Valley: come siete riusciti a diventare attori protagonisti dell’innovazione italiana all’estero gestendo oggi Innovit, l’hub del Governo Italiano a San Francisco ed essendo presenti ed interlocutori dei principali ecosistemi globali? E che messaggio vuole dare ai giovani innovatori del Sud?
Abbiamo percorso una via lunga e controcorrente, costruendo credibilità pietra su pietra, come chi sa che il vero valore sta nella solidità delle fondamenta. Abbiamo parlato il linguaggio dei grandi player globali senza smarrire il nostro accento originario. Ai giovani dico: il Sud non è un vincolo, è un capitale. È il luogo dove la storia ha già intrecciato resilienza e creatività, dove la difficoltà diventa palestra. Siate audaci e disciplinati, “amanti del bello” nel senso greco di kalós kai agathós. Portate il vostro Sud nel mondo, e il mondo riconoscerà il vostro valore.
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