di Velia Iacovino

L’Europa sotto pressione: il patto di Turnberry non basta. Il presidente usa  rilancia il protezionismo e impone condizioni su energia e investimenti. Bruxelles guadagna tempo, ma resta senza garanzie

 

Alla mezzanotte di oggi, ora di Washington (le 6 del mattino in Italia), sono entrati ufficialmente in vigore i nuovi dazi statunitensi sui prodotti di decine di economie mondiali, tracciando i contorni del nuovo ordine commerciale voluto dal presidente americano Donald Trump. Le tariffe — comprese in un intervallo tra il 15% e il 41% — colpiscono un’ampia gamma di beni, sostituendo i dazi generici del 10% applicati da aprile su quasi tutti i prodotti in ingresso negli Stati Uniti. “Miliardi di dollari, provenienti in gran parte da paesi che hanno tratto profitto dagli Stati Uniti con entusiasmo, inizieranno ad affluire negli USA”, ha dichiarato Trump sul suo social Truth pochi minuti prima della scadenza. Secondo il presidente americano, l’obiettivo è “riequilibrare gli scambi commerciali” tra gli Stati Uniti e i loro partner, accusati di beneficiare eccessivamente del mercato americano.

L’Unione Europea, insieme a Giappone e Corea del Sud — tra i principali partner commerciali di Washington — è ora soggetta a una tariffa minima del 15%. Per l’Europa, in particolare, la nuova imposta rappresenta un duro colpo in un contesto già complesso, dove l’accordo raggiunto a Turnberry tra Ursula von der Leyen e Trump si rivela più una tregua temporanea che una vera soluzione. Il patto scozzese, salutato con moderato ottimismo dai vertici Ue, appare ora per quello che è: un compromesso fragile, che serve più a guadagnare tempo che a offrire garanzie. Il presidente americano mantiene il pieno controllo del processo tariffario, rimodellabile a piacimento con una semplice minaccia o un messaggio social.

Le imprese europee si trovano così esposte a un quadro instabile, dove le regole cambiano rapidamente e le dogane sono costrette a rincorrere aliquote mobili e decisioni unilaterali. Uno dei punti centrali dell’intesa — o, meglio, della tregua — è l’aumento delle importazioni energetiche dagli Stati Uniti: 250 miliardi di dollari all’anno per i prossimi tre anni, in particolare GNL, petrolio e combustibili nucleari. A questo si aggiungono investimenti europei promessi negli Stati Uniti per 600 miliardi di dollari entro il 2029, quando terminerà il mandato di Trump.

Ma si tratta di impegni non vincolanti, basati su consultazioni informali con le imprese. Le decisioni restano nelle mani dei privati, e la Casa Bianca non lo ignora: martedì ha già avvertito che, in caso di investimenti considerati insufficienti, i dazi potranno salire dal 15% al 35%.

Una pressione che potrebbe costringere molte aziende europee a rivedere le proprie strategie, dirottando risorse destinate al continente verso gli Stati Uniti, con effetti collaterali su occupazione, investimenti e crescita interna.

Anche l’aspetto energetico pone sfide di lungo periodo. Secondo Bruxelles, l’aumento delle importazioni Usa favorirà il piano RePowerEU e la fine definitiva della dipendenza dalla Russia. Ma la sostituzione potrebbe rivelarsi solo una nuova forma di dipendenza, stavolta da un partner meno affidabile. Trump si è già mostrato pronto a usare l’energia come leva geopolitica, come dimostra il precedente con l’India.

Infine, resta l’elemento di imprevedibilità dei mercati e della politica monetaria. L’economia americana mostra segnali di rallentamento, mentre la Federal Reserve cerca di contenere l’inflazione. Il contesto globale, già teso, potrebbe aggravarsi ulteriormente se i mercati reagissero negativamente alle scelte protezionistiche di Washington.

Il cosiddetto “patto di Turnberry” appare dunque sempre più come una tregua precaria. I dazi sono realtà da oggi, ma lo scenario resta fluido, instabile e altamente politicizzato. Senza un quadro multilaterale chiaro, l’Europa resta esposta alla volontà di un presidente americano che ha fatto del negoziato a colpi di dazio uno strumento di potere. E finché le dogane saranno costrette a inseguire regole in continuo cambiamento, sarà difficile parlare di ordine commerciale. Soprattutto se quel “nuovo ordine” viene disegnato — e riscritto — 280 caratteri alla volta.

 

 

 

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L’articolo E’ scoccata l’ora dei Dazi. Trump esulta, affluiranno miliardi nelle casse degli americani proviene da Associated Medias.