di Velia Iacovino

A ottant’anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, il mondo si trova a un bivio morale e politico. La memoria di quei giorni oscuri, in cui l’umanità conobbe per la prima volta la devastazione nucleare, non può essere relegata al silenzio cerimoniale o alla sterile celebrazione storica. È una ferita aperta, che ci costringe ancora oggi a riflettere sul senso del potere, della scienza e del diritto.

 

Il 6 agosto 1945, alle 8:15 del mattino, l’aeronautica statunitense sganciò la prima bomba atomica su Hiroshima. Il dispositivo, denominato Little Boy, sprigionò un’energia distruttiva senza precedenti. Tre giorni dopo, fu la volta di Fat Man, che colpì la città di Nagasaki. In pochi istanti, tra 150.000 e 220.000 vite furono spezzate, la maggior parte civili. Le radiazioni uccisero molti altri nel corso degli anni, lasciando dietro di sé cicatrici biologiche, psicologiche e sociali ancora visibili. Nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, questi attacchi furono presentati come la via più rapida per porre fine al conflitto. Ma già allora, e ancor più oggi, si sollevò la domanda: fu un atto necessario o un crimine di guerra? Gli hibakusha, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, non hanno mai avuto dubbi. Hanno denunciato il massacro come un atto di barbarie, un esperimento disumano mascherato da strategia militare. La Nihon Hidankyo Association, vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2024, ha più volte ribadito che nessuna ragione può giustificare l’uso di armi nucleari contro civili. Una posizione ribadita recentemente in seguito alle dichiarazioni dell’ex presidente Donald Trump, che aveva paragonato l’offensiva contro l’Iran ai bombardamenti del 1945. “Siamo disgustati da chi giustifica l’uso delle bombe atomiche”, ha affermato l’hibakusha Teruko Yokoyama. E come darle torto?

Ma la storia delle bombe atomiche non comincia nel 1945. Ha radici profonde nella rivoluzione scientifica del primo Novecento. Gli studi di Ernest Rutherford sul bombardamento delle particelle alfa nel 1919, seguiti dalle teorie di Bohr, Heisenberg, Chadwick e Fermi, portarono alla scoperta della fissione nucleare. Queste conquiste scientifiche aprirono la strada all’energia atomica, ma anche al suo utilizzo come strumento di distruzione. Il Progetto Manhattan, che portò alla creazione delle bombe, fu il frutto di un’accelerazione tecnico-militare senza precedenti, in cui la scienza si piegò al potere politico.

Oggi, nel 2025, siamo di nuovo sull’orlo di un precipizio. La guerra in Ucraina, le tensioni tra Stati Uniti e Iran, il conflitto in Medio Oriente, e le allusioni all’uso di armi nucleari da parte di potenze come la Russia o Israele mostrano quanto fragile sia la pace costruita sulla logica della deterrenza. La teoria secondo cui il possesso di armi nucleari scoraggia l’attacco è sempre più messa in crisi dalla realtà dei fatti. L’attacco statunitense agli impianti nucleari iraniani ha riaperto interrogativi inquietanti: siamo davvero al riparo da un nuovo Hiroshima?

In questo contesto, il diritto internazionale dovrebbe rappresentare un argine saldo. La Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza, salvo per legittima difesa o su autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Ma la prassi recente mostra un’inquietante flessibilità interpretativa. La Russia giustifica le sue azioni in Ucraina appellandosi alla protezione degli interessi nazionali, mentre gli Stati Uniti spesso invocano la difesa dei diritti umani o della democrazia. Chi decide cosa è legittimo? E fino a che punto le grandi potenze possono riscrivere le regole a proprio vantaggio?

È evidente che il diritto internazionale ha bisogno di essere riformato e rafforzato. I trattati di non proliferazione, le convenzioni sulle armi nucleari, le norme sull’uso della forza devono essere aggiornati per rispondere alle nuove minacce e ai nuovi attori geopolitici. Le ambiguità giuridiche sono terreno fertile per abusi e aggressioni mascherate da interventi preventivi.

In questo scenario cupo, la memoria di Hiroshima e Nagasaki acquista un valore ancora più alto. Non è solo un simbolo di dolore: è un campanello d’allarme. È la voce di chi ha visto l’inferno in terra e chiede che nessun altro lo attraversi. Gli hibakusha, oggi anziani, continuano a lottare per un mondo libero da armi nucleari. E non possiamo ignorarli. Il silenzio che segue l’esplosione di una bomba atomica non è quiete: è vuoto. È un’assenza assoluta di vita, di umanità, di futuro.

Per questo, ricordare Hiroshima e Nagasaki significa scegliere. Scegliere tra la memoria e la rimozione, tra la giustizia e l’impunità, tra la diplomazia e la violenza. Significa lavorare per un ordine mondiale in cui il potere non sia al di sopra della legge. E soprattutto, significa difendere il diritto ondamentale: quello alla sopravvivenza della specie umana.

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