di Velia Iacovino
Dal 5 al 14 agosto, l’ultimo round negoziale per frenare l’inquinamento e cambiare il nostro modo di consumare.
Il mondo potrebbe trovarsi a un passo da una piccola grande rivoluzione. Dal 5 al 14 agosto, oltre 170 Paesi si riuniranno al Palazzo delle Nazioni di Ginevra per chiudere l’ultimo e più delicato round di negoziati che potrebbe portare al primo trattato globale contro l’inquinamento da plastica. Un accordo ambizioso e giuridicamente vincolante, in grado di cambiare il modo in cui confezioniamo, consumiamo e smaltiamo i nostri prodotti quotidiani. Le cifre parlano chiaro: secondo un rapporto dell’Ocse 435 milioni di tonnellate di plastica vengono prodotte ogni anno, e senza interventi decisi, si rischia un aumento del 70% entro il 2060. Il vero problema? Solo una frazione minima — meno del 10% — viene effettivamente riciclata. Il resto finisce nei mari, nei suoli, negli stomaci degli animali… e perfino nel nostro sangue, sotto forma di microplastiche.
Secondo The Times, il trattato potrebbe innescare una trasformazione radicale nelle abitudini di consumo, a partire da supermercati e packaging. Dimenticate confezioni multiple, imballaggi inutili e bustine monouso: al loro posto tornerebbero frutta e verdura sfuse, contenitori ricaricabili per pasta, cereali e detersivi, e un addio definitivo a bustine per ketchup e shampoo. Anche il packaging stesso è sotto osservazione. I materiali leggeri e flessibili adottati negli ultimi anni — spesso presentati come “soluzione green” — si stanno rivelando difficili da riciclare. Ecco allora il possibile ritorno dei coperchi rigidi, come quelli dell’hummus, più pratici e soprattutto riciclabili.
L’idea di riutilizzare i contenitori non è nuova, ma potrebbe diventare mainstream. Nel Regno Uniti catene come Waitrose e Marks & Spencer hanno già avviato progetti pilota con stazioni di ricarica nei punti vendita. Tesco, che aveva sperimentato un sistema con l’iniziativa Loop, ha abbandonato il progetto nel 2022. Tuttavia, Laura Burley di Greenpeace UK è convinta: con il giusto supporto logistico, i sistemi di riuso possono funzionare, soprattutto se integrati con consegna e ritiro a domicilio.
Un recente studio di GoUnpackaged suggerisce che un modello online, con contenitori restituiti, sanificati e riutilizzati, potrebbe essere il più efficace e sostenibile anche dal punto di vista economico. E non finisce qui: l’innovazione corre. Accanto a vetro e metallo, si stanno facendo strada materiali alternativi come gli imballaggi compostabili a base di alghe marine o bottiglie realizzate con scarti agricoli. L’azienda New Bottle Co ha già creato una bottiglia in cellulosa modellata, simile al cartoncino usato nei prodotti Apple. “Queste soluzioni esistono, sono pronte, ma per essere davvero competitive devono essere prodotte su larga scala,” spiega Sian Sutherland, fondatrice della campagna A Plastic Planet. La sua proposta? Aggiungere un terzo bidone in casa, oltre a quello del secco e del riciclo: un contenitore per imballaggi restituiti, con tracciabilità digitale.
Il cuore del trattato, però, non sarà il riciclo. Sarà la riduzione vera e propria della produzione di plastica, come chiedono scienziati, attivisti e organizzazioni ambientaliste. Quello di agosto sarà il quinto e ultimo round negoziale promosso dalle Nazioni Unite. Sul tavolo, proposte che vanno dal limite alla produzione di plastica vergine, agli standard globali per l’eco-design degli imballaggi, fino alla creazione di fondi per aiutare i Paesi in via di sviluppo. Non sarà facile: le resistenze da parte dei grandi produttori di plastica, spesso legati all’industria petrolchimica, restano forti. Ma il tempo stringe e l’ambizione non può più essere rimandata.Il futuro della plastica — e del pianeta — si decide ora.
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