di Emilia Morelli
L’Unione Europea apre alla possibilità di anticipare le norme sui rimpatri previste per il 2026. L’Italia spinge per tempi più rapidi, mentre si infiamma lo scontro politico sul ruolo della Corte di giustizia e sulla designazione dei Paesi sicuri
Dopo la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in merito ai criteri di identificazione dei Paesi di origine sicuri, si apre uno spiraglio per un’accelerazione normativa. Attualmente, l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sui rimpatri è prevista per giugno 2026, ma dai vertici di Bruxelles emerge la disponibilità ad anticiparne l’applicazione, in linea con le richieste espresse dal governo italiano.
Un portavoce della Commissione ha spiegato che le osservazioni dei giudici europei sono già incorporate all’interno del nuovo Patto europeo su migrazioni e asilo. In particolare, viene stabilito che uno Stato membro può indicare come sicuro un Paese terzo soltanto se esistono informazioni verificabili e accessibili a giudici e richiedenti. Inoltre, non è consentita la classificazione come “sicuro” per Stati che non garantiscono adeguata protezione a determinate categorie vulnerabili.
Il nuovo Patto sulle migrazioni: margini per anticipare le riforme
Il regolamento in fase di approvazione prevede norme più flessibili e strumenti operativi più rapidi per la gestione delle richieste d’asilo. La Commissione ha chiarito che gli Stati potranno designare anche parzialmente un Paese come sicuro, escludendo specifiche regioni o gruppi di popolazione a rischio.
Già lo scorso aprile, l’Europa aveva avanzato la possibilità di anticipare l’attuazione di queste misure. L’obiettivo è velocizzare la valutazione delle domande d’asilo considerate infondate e rendere i rimpatri più rapidi ed efficienti. La Commissione ha invitato Parlamento e Consiglio ad accelerare il processo legislativo, auspicando una convergenza politica prima del termine previsto del 2026.
Polemiche in Italia: scontro tra politica e magistratura
La questione dei Paesi sicuri riaccende il dibattito politico in Italia. La Lega ha attaccato duramente la decisione della Corte di giustizia europea, definendola una manifestazione di “attacco giudiziario” ai confini nazionali. Secondo il Carroccio, dietro la sentenza si nasconde un atteggiamento ideologico, che mette a rischio la sicurezza del Paese.
Nel mirino del partito anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, accusata di non tutelare adeguatamente gli interessi italiani in Europa. La Lega ha annunciato l’intenzione di presentare in autunno una mozione di sfiducia nei suoi confronti, citando tra le criticità anche le politiche ambientali del Green Deal europeo.
Tajani: “Non spetta ai giudici valutare se un Paese è sicuro”
A esprimere perplessità sulla sentenza è stato anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Secondo il titolare della Farnesina, la valutazione sulla sicurezza di un Paese non può essere affidata alla magistratura, ma deve basarsi su un’attenta attività diplomatica svolta attraverso ambasciate e consolati.
Tajani ha difeso il metodo adottato dal governo italiano, che include analisi dettagliate, raccolta di dati e confronti internazionali. “Non si può improvvisare un giudizio in pochi giorni: c’è dietro un lavoro complesso che i magistrati non possono sostituire”, ha dichiarato.
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