di Velia Iacovino

L’accordo tra Trump e von der Leyen evita lo scontro ma consacra la debolezza dell’Ue: dazi triplicati, concessioni miliardarie e un’Europa sempre più dipendente da Washington.

 

 

La stretta di mano tra Donald Trump e Ursula von der Leyen sul verde impeccabile del campo da golf di Turnberry, in Scozia, segna sì la fine di una lunga tensione commerciale, ma non giustifica alcun entusiasmo. L’accordo siglato domenica 27 luglio tra Stati Uniti e Unione europea rappresenta, nei fatti, una resa negoziata. E, per molti versi, una sconfitta. Di fronte all’ultimatum imposto dal presidente americano — accettare il muro contro muro o cedere pur di contenere il danno — Bruxelles ha scelto la seconda opzione. Una scelta comprensibile sul piano tattico, ma politicamente e strategicamente disarmante. Il dazio medio sulle merci europee, che nell’era pre-trumpiana si aggirava attorno al 4,8%, è oggi salito al 15%. Tre volte tanto. Una penalizzazione pesante per le imprese europee, accettata nel nome di una “stabilità” che ha il sapore amaro della subordinazione.

Le contropartite accettate dalla Commissione europea, sotto crescente pressione da parte dei governi nazionali — Francia e Germania in primis — sono imponenti e in molti casi disallineate con gli interessi a lungo termine dell’Europa: acquisto di gas liquido statunitense per 750 miliardi di dollari, investimenti diretti negli Usa per altri 600 miliardi e, parole di Trump, «un enorme quantitativo di armi» da acquistare oltreoceano. Il tutto mentre si promette di rafforzare la difesa europea e la sovranità energetica. Una contraddizione flagrante.

Si dirà che è stato evitato il peggio: il rischio di un’escalation che, a partire dal primo agosto, avrebbe visto salire i dazi al 30% e innescato una controffensiva europea da 90 miliardi, con conseguenze devastanti per le economie di entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma è proprio questa narrazione difensiva a dover essere messa in discussione. L’errore, infatti, non è stato commesso oggi: risale ad aprile, quando l’Unione ha scelto la via dell’attesa, illudendosi che i mercati o i consumatori americani fermassero l’impeto protezionista di Trump. Invece, come Cina e Canada hanno compreso con maggiore lucidità, la risposta doveva essere tempestiva e proporzionata. Non lo è stata. E oggi ne paghiamo il prezzo.

A pagare sono, soprattutto, i settori più esposti: l’agroalimentare, che ora dovrà correre ai ripari per non trasferire interamente l’aumento dei dazi sui prezzi finali; la siderurgia, con tariffe su acciaio e alluminio ancora al 50%; e perfino l’automotive, che ottiene un temporaneo respiro — da un dazio del 27,5% si scende al 15% — ma resta in un quadro di forte incertezza. Nel frattempo, si moltiplicano le pressioni statunitensi per condizionare anche le filiere strategiche europee, come quella dei semiconduttori, chiedendo esplicitamente di tagliare i legami con la Cina.

C’è poi la questione politica. Una parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche in Europa applaude al fatto che si sia evitata la guerra commerciale. Ma quale Europa ne esce? Un’Europa che rinuncia alla propria autonomia negoziale, che cede su energia, difesa e investimenti diretti senza ottenere vere concessioni di ritorno, che si piega al ricatto di un’America isolazionista. Ursula von der Leyen ha scelto la strada della gestione del danno, non della resistenza. In termini politici, ha cercato di evitare il tracollo, non di difendere una visione forte dell’Europa. E oggi non si può certo esultare per un patto che, nella migliore delle ipotesi, rimanda la resa dei conti.

 

 

 

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