di Velia Iacovino

Bangkok  bombarda una postazione militare e Phnom Penh risponde con l’artiglieria. Tensione alle stelle conferma la fragilità degli equilibri nella regione dove vecchi risentimenti coloniali, rivalità nazionalistiche e competizioni strategiche continuano ad alimentare pericolosi focolai di tensione.

Una nuova e grave crisi sta scuotendo il Sud-est asiatico. La Thailandia ha annunciato la chiusura immediata del confine con la Cambogia, mentre le tensioni tra i due Paesi sono esplose in violenti scontri armati lungo una zona di frontiera da tempo contesa. Il conflitto, che si inserisce in un lungo e complicato contesto storico di rivendicazioni territoriali, ha già provocato vittime tra i civili e rischia di degenerare ulteriormente se non verrà immediatamente contenuto. Secondo fonti ufficiali thailandesi, un caccia dell’aeronautica di Bangkok ha colpito un obiettivo militare in territorio cambogiano, in risposta a quello che le autorità definiscono un “atto di aggressione diretto”. Dal canto suo, Phnom Penh accusa le forze thailandesi di aver violato lo spazio aereo nazionale e di aver attaccato per prime. Le truppe cambogiane hanno reagito con il fuoco di artiglieria, provocando la morte di almeno 11 civili thailandesi, tra cui donne e bambini, secondo fonti locali.

Entrambe le parti si accusano reciprocamente di aver aperto il fuoco per primi, in un’escalation che ha origine da settimane di tensioni latenti, aggravate dalla morte di un soldato cambogiano nella località di Mas, avvenuta in circostanze ancora poco chiare. Quel tragico episodio ha innescato una catena di provocazioni, esercitazioni militari e scambi di accuse attraverso i media statali. L’area al centro del conflitto si trova nei pressi di una porzione di confine non demarcata in modo definitivo, oggetto di dispute fin dai tempi della decolonizzazione. In particolare, è la regione attorno al tempio di Preah Vihear – patrimonio mondiale dell’UNESCO e simbolo di identità nazionale per entrambi i Paesi – ad aver rappresentato negli ultimi decenni il principale motivo di frizione. La Corte Internazionale di Giustizia ha riconosciuto nel 1962 la sovranità cambogiana sul tempio, ma non ha mai stabilito in maniera definitiva i confini circostanti.

Il primo ministro thailandese ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio nazionale di sicurezza, dichiarando che “ogni attacco contro la nostra sovranità sarà risposto con la massima fermezza”. Il premier cambogiano ha invece chiesto l’intervento urgente delle Nazioni Unite e dell’ASEAN, l’organizzazione regionale che comprende entrambi i Paesi, per avviare una mediazione e “fermare l’aggressione thailandese”. Intanto, la popolazione civile delle zone di confine vive ore di angoscia: centinaia di famiglie stanno fuggendo dalle aree colpite dai bombardamenti, mentre si registrano danni a infrastrutture e scuole. Le organizzazioni umanitarie locali temono un disastro umanitario se la situazione non verrà riportata rapidamente sotto controllo. L’ASEAN, tradizionalmente prudente negli affari interni degli Stati membri, è chiamata ora a un ruolo più incisivo per evitare che la crisi si trasformi in un conflitto su larga scala. Anche le cancellerie internazionali – dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Francia alla Russia – hanno lanciato appelli alla calma e offerto la propria mediazione.

Questa nuova fiammata tra Thailandia e Cambogia conferma la fragilità degli equilibri nella regione indocinese, dove vecchi risentimenti coloniali, rivalità nazionalistiche e competizioni strategiche continuano ad alimentare pericolosi focolai di tensione.-Il rischio ora è che, se non si interverrà subito con diplomazia e fermezza, il confine tra i due Paesi diventi teatro di un conflitto aperto, con conseguenze imprevedibili per l’intera regione.

 

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