di Redazione

di Angelo Argento
Chiude il punto vendita di “Luisa via Roma” a Milano, potrebbe sembrare una banale notizia come altre, ma se messa in un contesto piu ampio è il simbolo della fine definitiva non solo di un modello, ma di un’epoca.
La crisi del sistema del lusso generativo di ricchezza senza fine, in forza solo di un nome trasformato in brand è ormai un fatto ineludibile e globale.
La scelta di Gucci di ritirarsi dagli outlet come un esercito in rotta, lasciando solo una trincea a Firenze e poche altre sedi.
Porsche che licenzia, la Maserati che si è ridotta a produrre 22 auto al mese: numeri da laboratorio artigiano, non da casa automobilistica storica. E i sindacati osservano impotenti il disfacimento.
Non è solo un ciclo economico sfavorevole: è una mutazione antropologica e culturale.
In Cina, dove si era costruita la fortuna del lusso italiano, oggi sfoggiare un marchio europeo non è più status, è stigma.
L’ostentazione è vista come atto coloniale, residuo di un mondo sbilanciato. Il consumo non è più desiderio, è colpa.
E noi italiani che abbiamo venduto il nostro “essere” nel packaging del lusso, restiamo nudi davanti allo specchio di un mondo che cambia.
L’Italia è, purtroppo, al centro di questa tempesta perfetta.
Le inchieste giudiziarie che colpiscono in questi giorni il simbolo di questo modello e il suo modello di sviluppo se non addirittura il suo skyline: Milano, ne sono un’evidente testimonianza.
Così come quelle che hanno svelato un presunto sistema di profitti basati sullo sfruttamento di lavoratori senza alcuna tutela e garanzie.
“L’Italia è un Paese che ha smesso di produrre cultura popolare” scriveva Pier Paolo Pasolini negli anni Settanta, ma oggi siamo oltre: abbiamo smesso di produrre anche cultura materiale.
Il made in Italy – inteso non come marchio, ma come visione del mondo – è stato venduto a pezzi, senza un piano, senza una politica industriale, senza protezione.
“La radice vera dell’uomo è la realtà concreta e la fatica del lavoro,” scriveva Simone Weil, la filosofa-operaia che sapeva che l’identità nasce da ciò che si costruisce con le mani e con il pensiero. Ma l’Italia ha tagliato queste radici: ha preferito l’immagine al fare, la rendita al mestiere, il logo al logos.
Mentre la Francia difende LVMH e la Germania investe sull’automotive elettrico, noi lasciamo che Modena si spenga come un cero.
Tutto ciò quando le nostre città diventano tutte uguali: da Firenze a Palermo, le vie storiche sono popolate da cloni.
Le botteghe chiudono, i fast food aprono.
E Roma come Napoli, Lecce come Venezia diventano parchi a tema per turisti mordi e fuggi.
Papa Francesco, parlando di cultura, ha detto: “La cultura non si occupa, si abita”. Ma chi abita oggi le nostre città, se non fondi speculativi e multinazionali del panino? I residenti scappano, il commercio di prossimità è in agonia, le maestranze si estinguono, e con esse l’identità stessa dei territori.
L’omologazione ha vinto. L’Italia perde così la sua anima più vera.
In questo paesaggio liquido e indistinto, ci tornano in mente le parole di Zygmunt Bauman: “Consumiamo per essere, e smettiamo di essere appena smettiamo di consumare”. È quello che sta succedendo al fatuo modello di sviluppo che ci ha fatto “vincere” nel mondo.
La crisi del lusso non è solo una crisi di fatturati.
E non è solo una questione di fabbriche: è un’identità intera che evapora.
Quando muore il tessuto produttivo, muore anche quello culturale.
Perché non si fa cultura solo nei musei, ma anche nei laboratori, nei garage, nelle sartorie, nei vicoli.
È una crisi di senso.
E se il made in Italy affonda, con lui affonda l’idea stessa che l’Italia abbia ancora qualcosa di unico da offrire al mondo.
Abbiamo l’obbligo di denunciare questa mutazione per potere offrire una soluzione che ci dia una nuova rotta e non esser più “nave senza nocchiero in gran tempesta”.
Se non lo facciamo adesso saremo complici di questo cupio dissolvi e a pagarne le conseguenze saranno le prossime generazioni.
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