di Mario Tosetti

La Corte costituzionale riconosce il diritto al congedo di paternità obbligatorio anche alla madre intenzionale nelle coppie di donne. Una decisione che segna una svolta sui diritti delle famiglie omogenitoriali in Italia

congedo di paternitàCon la sentenza n. 115 del 2025, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima l’attuale normativa sul congedo obbligatorio per i genitori, nella parte in cui esclude dal beneficio la madre “intenzionale” in una coppia omogenitoriale femminile. Si tratta di una decisione epocale che riconosce pari diritti a entrambe le madri registrate nei registri dello stato civile, garantendo anche alla genitrice non biologica il diritto ai 10 giorni di astensione retribuita dal lavoro, oggi riservati al padre lavoratore.

Il nodo giuridico: la Corte d’appello di Brescia e il principio di uguaglianza

La questione è giunta alla Consulta dopo una pronuncia della Corte d’appello di Brescia, che aveva sollevato dubbi di legittimità costituzionale sull’articolo 27-bis del D.lgs. 151/2001. I giudici lombardi hanno evidenziato come la norma, nel negare il diritto al congedo obbligatorio alla madre intenzionale, violasse il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione e gli obblighi internazionali dell’Italia, in particolare quelli derivanti dalle direttive UE sull’uguaglianza di trattamento nel lavoro e sul diritto ai congedi parentali.

Il caso: l’azione legale contro l’INPS e le discriminazioni sistemiche

Tutto ha avuto origine da un’azione legale promossa dall’associazione Rete Lenford, attiva nella tutela dei diritti delle persone LGBTQIA+, che ha denunciato l’INPS per condotta discriminatoria. L’Istituto, pur non negando formalmente il diritto al congedo, rendeva di fatto impossibile accedervi, a causa del proprio sistema informatico: i moduli online non accettavano l’inserimento di due genitori dello stesso sesso, nonostante fossero ufficialmente registrati come tali. Il Tribunale di Bergamo aveva imposto all’INPS di adeguare il portale entro due mesi, pena una sanzione giornaliera. Ma l’ente ha impugnato la decisione, ottenendone la sospensione.

Il ricorso alla Consulta e il sostegno di CGIL e Rete Lenford

Nel corso del procedimento di appello, oltre a Rete Lenford si è costituita anche la CGIL, sottolineando l’urgenza di riconoscere pienamente i diritti delle coppie omogenitoriali. Entrambe le organizzazioni hanno evidenziato come il problema non fosse solo tecnico, ma anche normativo: la madre intenzionale doveva poter accedere al congedo al pari di un padre, nel rispetto del principio di non discriminazione. La Corte d’appello ha così deciso di deferire la questione alla Corte costituzionale.

La posizione dell’INPS: “Serve una legge, non un intervento giudiziario”

Nel corso del giudizio, l’INPS ha ribadito la propria linea difensiva: secondo l’Istituto, il riconoscimento del genitore intenzionale deve avvenire tramite un atto legislativo esplicito, non per via giudiziaria. Una materia così delicata, a suo avviso, implica valutazioni etiche e culturali che solo il Parlamento può affrontare. La Consulta, tuttavia, ha ritenuto che l’assenza di tutela fosse incompatibile con i principi costituzionali e ha quindi imposto il riconoscimento del diritto.

Una svolta per i diritti delle famiglie omogenitoriali

Questa sentenza rappresenta un passo decisivo nella tutela delle famiglie omogenitoriali, spesso escluse da diritti previsti per le coppie eterosessuali. Estendere il congedo di paternità alla madre intenzionale significa riconoscere pienamente la parità genitoriale, tutelare il benessere del minore e garantire un’equa distribuzione delle responsabilità familiari, indipendentemente dal genere e dall’orientamento sessuale dei genitori.

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