di Carlo Longo

Il governo Meloni propone un condono per l’evasione retributiva fino al 2020. Stretta sui diritti dei lavoratori e limiti all’azione dei giudici

emendamento retribuzioniUn emendamento presentato da Salvo Pogliese, relatore di Fratelli d’Italia, sta accendendo un acceso dibattito politico e sindacale. Inserito nel decreto ex Ilva, il provvedimento propone una sorta di sanatoria sull’evasione retributiva fino al 2020 per le aziende con oltre 15 dipendenti. Un’iniziativa che, secondo le opposizioni e i sindacati, non ha alcun legame con le crisi industriali oggetto del decreto, ma rappresenta una svolta pericolosa per il diritto del lavoro in Italia.

La misura prevede la prescrizione di tutti i crediti retributivi maturati entro cinque anni, facendo decorrere il termine durante il rapporto di lavoro, e non più dopo la sua conclusione. Un cambiamento che rischia di scoraggiare i dipendenti dal far valere i propri diritti per paura di ritorsioni, come il licenziamento.

Nuove regole e rischio licenziamento: la posizione dei lavoratori

L’emendamento impone anche un termine di decadenza rigido: entro 180 giorni dalla diffida scritta al datore di lavoro, il dipendente deve intraprendere un’azione legale. Nessuna conciliazione è prevista. Questo nuovo assetto normativo ribalta l’interpretazione consolidata della Corte di Cassazione, che con la sentenza 26246/2022 aveva stabilito che la prescrizione non può iniziare durante un rapporto di lavoro se il dipendente non gode di adeguate tutele in caso di licenziamento.

Il rischio per i lavoratori delle imprese più grandi è concreto: chi denuncia una retribuzione non conforme rischia di perdere il posto. Al contrario, i dipendenti delle aziende con meno di 15 addetti continueranno a poter agire anche dopo la fine del contratto, come già avviene oggi.

La stretta sulle retribuzioni arretrate e sul potere dei giudici

L’altra parte del provvedimento impatta direttamente sull’autonomia dei giudici del lavoro. Se un’azienda applica un contratto collettivo siglato da sindacati rappresentativi a livello nazionale, la retribuzione viene considerata “adeguata” per legge, come previsto dall’articolo 36 della Costituzione. Solo dimostrazioni di “grave” inadeguatezza potranno rovesciare questa presunzione.

Anche nei casi in cui un giudice riconoscesse un trattamento retributivo gravemente inadeguato, il datore di lavoro non sarà obbligato a versare gli arretrati. Le eventuali somme dovute scatterebbero solo dal momento della contestazione formale o dall’inizio della causa. Una condizione che rischia di vanificare le rivendicazioni economiche anche in presenza di contratti già dichiarati insufficienti dai tribunali, come quello degli operatori della vigilanza che percepiscono 5 euro l’ora.

Sindacati e opposizione sul piede di guerra

La reazione è stata immediata. La Cgil e la Uil hanno espresso una netta contrarietà, mentre la Cisl ha evitato di intervenire, impegnata nel proprio congresso. «Questa destra non vuole lavoratori, ma servi», ha dichiarato Maria Cecilia Guerra del Partito Democratico. L’emendamento viene letto come un attacco ai diritti fondamentali dei dipendenti e un regalo alle aziende, che beneficerebbero di una maxi sanatoria sulle retribuzioni non versate fino a cinque anni fa.

Le associazioni imprenditoriali, invece, accolgono positivamente la norma. Per Confcommercio si tratta di una “ritrovata certezza del diritto”, che limita il periodo per fare causa a cinque anni, riducendo l’attuale finestra che consente di reclamare crediti risalenti fino al 2007.

La strategia della destra: meno controlli, più impunità

Il blitz estivo della maggioranza si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalla progressiva riduzione dei controlli. In Italia si stima un’evasione contributiva di circa 11-12 miliardi di euro l’anno, a fronte di un numero dimezzato di ispettori INPS rispetto a dieci anni fa. L’ente previdenziale oggi ha all’attivo 120 miliardi di crediti non riscossi, e la Lega continua a proporre operazioni di rottamazione.

Il paradosso è evidente: mentre si tagliano le risorse per i controlli a monte, si introducono norme che limitano la possibilità dei lavoratori di agire a valle. Un sistema che rischia di consolidare l’impunità per chi viola sistematicamente i diritti retributivi.

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