di Velia Iacovino
Due rapporti – Osservatorio 2025 e Gartner – fotografano la crisi parallela: crolla la fiducia, fugge il pubblico, l’AI ridisegna lo scenario digitale
Il giornalismo non è più centrale. I social media non sono più irresistibili. Due verità che fino a qualche anno fa sarebbero sembrate provocazioni, oggi rappresentano la fotografia di un cambiamento profondo nei rapporti tra cittadini, informazione e tecnologia. A certificarlo sono due fonti autorevoli: da un lato il Report 2025 dell’Osservatorio sul giornalismo digitale, pubblicato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e presentato lo scorso giugno; dall’altro uno studio della società di ricerca Gartner, che prevede un progressivo abbandono di massa dei social da parte di metà degli utenti.
Non si tratta di episodi scollegati, ma di segnali convergenti di una trasformazione culturale. Sta crollando l’architettura della comunicazione digitale che aveva sostenuto per due decenni la diffusione dell’informazione e la socialità online. La causa principale, secondo entrambi i rapporti, non è solo la disinformazione o la tossicità dei contenuti, ma un fenomeno più profondo: la disillusione. Le persone non si fidano più, si sentono manipolate, spinte verso polarizzazioni artificiali, immerse in ambienti sempre meno autentici. E al centro di questo mutamento, c’è l’uso crescente dell’intelligenza artificiale.
Secondo il Report dell’Osservatorio, il giornalismo italiano sta affrontando una crisi di rilevanza senza precedenti. I dati sono chiari: il 64 per cento delle persone non si fida più dei giornalisti. Quasi il 40 per cento dichiara di evitare le notizie per ansia, disillusione o inutilità percepita. La visibilità dell’informazione professionale è crollata: nel 2024 il traffico da Facebook verso i siti di notizie ha subito una contrazione del 67 per cento; da X (ex Twitter), del 50. Ma il problema non è solo quantitativo. Il giornalismo sembra aver perso la capacità di incidere, di orientare, di generare fiducia. Scrive Gabriel Kahn, uno degli autori del rapporto: “I sentimenti non si curano dei fatti. E i fatti, oggi, non bastano a scalfire le convinzioni”.
Intanto, anche i social mostrano segni evidenti di stanchezza. In un sondaggio condotto nel 2023 da Gartner, oltre la metà degli intervistati dichiarò un netto peggioramento dell’esperienza sui social. Le cause principali sono la disinformazione dilagante, l’aggressività delle community la sensazione diffusa che le interazioni siano sempre meno genuine. A ciò si aggiunge una crescente diffidenza verso l’intelligenza artificiale generativa: il 70 per cento degli utenti teme che automatizzando i contenuti si perda autenticità, valore umano e spontaneità.
Eppure, è proprio l’AI a rappresentare oggi il crocevia della trasformazione digitale. Il Report 2025 affronta con lucidità questa sfida. L’intelligenza artificiale non va demonizzata, ma governata. Può essere una risorsa per il giornalismo, se usata con trasparenza, sotto controllo umano e senza sostituire il giudizio editoriale. Ma può diventare anche una scorciatoia pericolosa, se delega alle macchine il compito di scrivere, selezionare, filtrare. Il nuovo codice deontologico dei giornalisti fissa alcuni principi fondamentali: la responsabilità resta sempre dell’essere umano. La trasparenza è un dovere. E l’uso dell’intelligenza artificiale non può mai oscurare l’identità dell’autore.
Anche nel campo dei social network, l’intelligenza artificiale si muove su un crinale sottile. Da una parte, consente personalizzazione, efficienza, rapidità. Dall’altra, rischia di ridurre la varietà dei contenuti, amplificare le bolle informative, spingere gli utenti verso comportamenti prevedibili e monetizzabili. Il risultato è una crescente consapevolezza degli effetti negativi dell’ecosistema digitale: molti utenti vogliono disconnettersi, ritrovare relazioni autentiche, uscire dalla logica dell’iperstimolazione. Gartner sottolinea che le aziende dovranno rivedere le proprie strategie: non basterà più essere presenti online. Sarà necessario ascoltare davvero, costruire fiducia, creare contenuti che abbiano senso e valore.
La doppia crisi che coinvolge giornalismo e social media non è solo una crisi di settore: è una crisi di civiltà digitale. Ma può anche rappresentare un’opportunità per ripensare il modo in cui produciamo, consumiamo e condividiamo informazioni. È il momento di puntare sulla qualità, sulla responsabilità, sulla lentezza. Il futuro del digitale sarà sostenibile solo se saprà rimettere al centro l’intelligenza umana, e non solo quella artificiale.Il giornalismo può tornare a essere un presidio democratico. I social possono riscoprire la loro vocazione originaria alla connessione umana. Ma per farlo, entrambi devono affrontare la sfida più difficile: quella di ritrovare il senso.
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