di Redazione
Non si tratta più di una questione settaria o regionale: è diventata una crisi esistenziale più ampia. I drusi, soprattutto in Siria, non possono determinare liberamente il proprio futuro a causa delle molteplici e urgenti minacce che devono affrontare. Spetta quindi allo Stato siriano — se intende preservare l’unità nazionale — restituire dignità a questa comunità, garantirne la sicurezza, assicurare la piena cittadinanza e proteggerla dalle forze distruttive dello sfruttamento politico e della manipolazione della sicurezza.
di Nidal Shoukeir
Professore di Comunicazioni Strategiche e Relazioni Governative
Ancora una volta, le aree druse in Siria stanno assistendo a eventi sanguinosi e settari che riaprono vecchie ferite e spingono i membri della comunità drusa a rivisitare gli annali della storia alla ricerca di formule perdute, formule che potrebbero preservare ciò che rimane della loro presenza e aiutarli a ridefinire le priorità durante un momento critico della loro storia, e della storia della regione in generale.
Una rinnovata minaccia e la questione esistenziale drusa
Dopo gli attacchi a Jaramana a marzo e aprile, la città di Suwayda e i suoi dintorni sono stati testimoni di nuovi assalti da parte di membri delle tribù beduine. Questi attacchi ricorrenti dall’inizio dell’anno non sono più incidenti di sicurezza isolati. Invece, riflettono un modello deliberato e sistematico di pressioni e minacce rivolte all’entità drusa in Siria, sia attraverso l’intimidazione che l’indebolimento della sua infrastruttura sociale e politica.
In definitiva, gli eventi di Suwayda spalancano le porte dell’ansia esistenziale – non solo per i drusi della Siria, ma per le comunità druse in tutto il Levante – sollevando una domanda cruciale: quale futuro attende i drusi nella regione?
Drusi del Levante: una presenza storica nel declino contemporaneo
Per chi non lo conoscesse, i drusi sono stati parte integrante del tessuto levantino per quasi mille anni, svolgendo ruoli chiave nelle sue strutture politiche e sociali. Dall’epoca fatimide ai periodi mamelucco e ottomano fino all’età moderna, i drusi hanno lasciato un segno distinto nella storia della regione, in particolare in Siria, Libano e persino in Israele.
Con una dottrina religiosa strettamente unita e una struttura sociale disciplinata, i drusi hanno costituito un caso unico nella regione. Da Jabal al-Arab e le alture del Golan in Siria, al Monte Libano, al Monte Carmelo e alla Galilea in Israele, i drusi hanno tenuto alto le bandiere della terra e dell’onore, mantenendo un delicato equilibrio tra la conservazione della loro identità distinta e l’integrazione nel più ampio tessuto nazionale, tra la neutralità strategica e la partecipazione condizionata ai conflitti regionali.
Tuttavia, la loro influenza ha cominciato a diminuire circa un secolo fa, in particolare dopo l’accordo Sykes-Picot del 1916, che ha ridisegnato i confini della regione a scapito delle identità storiche e dei legami comunitari organici. Con la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, i drusi si trovarono improvvisamente geograficamente dispersi in tre paesi – Libano, Siria e Israele – senza sentirsi cittadini di prima classe in nessuno di essi.
Dal Libano a Israele: ruolo in diminuzione, influenza in calo
In Libano, i drusi si considerano soci fondatori dello Stato. Gli emiri drusi, in particolare durante gli emirati Ma’anid e Shihab, hanno plasmato la traiettoria culturale e politica del paese e hanno gettato le basi per il pluralismo religioso e sociale, ben prima della proclamazione del “Grande Libano” nel 1920. Tuttavia, mentre quella dichiarazione è stata una pietra miliare storica, alla fine ha diminuito il peso della comunità drusa, confinandola a uno status di minoranza numerica e politica.
L’accordo di Taif del 1990 – a cui i drusi hanno partecipato alla formulazione dopo una brutale guerra civile – ha stabilito una formula di condivisione del potere tra cristiani e musulmani. Eppure, nonostante fosse una pietra miliare nella riconciliazione nazionale, istituzionalizzò un sistema settario dominato dai più grandi blocchi confessionali. Di conseguenza, il ruolo dei drusi si è gradualmente eroso, con la loro presenza sempre più legata alla forza dei singoli leader politici piuttosto che al principio di uguale cittadinanza. Oggi, con le crescenti discussioni su un modello di condivisione del potere “tripartito” e i cambiamenti demografici, i drusi libanesi temono legittimamente di diventare seguaci di un paese che hanno contribuito a costruire: cittadini di terza classe dopo essere stati un tempo i principali responsabili delle decisioni.
In Israele, dopo la fondazione dello Stato, i drusi hanno scelto di rimanere sulla loro terra e di adattarsi alla nuova realtà. Lo Stato israeliano ha concesso loro uno status giuridico distinto, separato dalle altre comunità arabe, e ha imposto il servizio militare obbligatorio, con l’obiettivo di integrarli nella struttura israeliana. In effetti, i cittadini drusi di Israele hanno guadagnato una certa stabilità e sicurezza, e molti sono stati parzialmente integrati nelle istituzioni statali, ma non si sono mai completamente assimilati, mantenendo la loro identità distinta.
Eppure, i drusi non si sono mai sentiti cittadini veramente uguali. Questo sentimento si è approfondito dopo l’emanazione nel 2018 della “Legge sullo Stato-Nazione”, che definiva esplicitamente Israele come lo “Stato-nazione del popolo ebraico”, negando di fatto la pari cittadinanza ai non ebrei. La legge sancì i drusi come cittadini di seconda classe per legge, non solo nella pratica.
La più grande prova di Suwayda: una minaccia esistenziale
In Siria, i drusi furono in prima linea nella Grande Rivolta Siriana del 1925, guidata dal sultano Pasha al-Atrash, combattendo ferocemente contro il colonialismo francese fino al raggiungimento dell’indipendenza. Eppure, il moderno Stato siriano non è riuscito a premiare questo contributo. I drusi si sono trovati relegati ai margini, una minoranza trascurata ed esclusa dalle strutture di potere.
Con l’ascesa del partito Ba’ath e, più significativamente, il consolidamento del potere della famiglia Assad, l’influenza drusa diminuì ulteriormente. Suwayda divenne politicamente ed economicamente emarginata, citata dallo stato solo quando emergevano minacce alla sicurezza o era necessaria una pressione. Nonostante la netta posizione dei drusi durante la rivolta del 2011 – in cui hanno rifiutato il conflitto armato e chiesto soluzioni pacifiche e civili – sono stati sempre più isolati e soggetti a rischi per la sicurezza da varie parti.
Negli ultimi mesi, mentre il discorso israeliano sulla potenziale partizione post-Assad in Siria cresce, e con i discorsi su un “governo provvisorio di Ahmad al-Sharaa” a Damasco, i drusi hanno raddoppiato il loro impegno per uno stato siriano reinventato, fondato sull’uguaglianza e sulla piena cittadinanza. Eppure, continuano a subire attacchi – a volte da gruppi estremisti, a volte da elementi all’interno dello Stato stesso – che aumentano la loro vulnerabilità e intensificano la loro paura dell’emarginazione o, peggio, di essere ridotti a cittadini di quarta classe nella loro stessa terra.
Mobilitazione esistenziale e cambiamenti interni
In questo panorama complesso, sono emersi notevoli cambiamenti all’interno della comunità drusa. C’è un crescente disimpegno dalla leadership politica tradizionale e una mobilitazione attorno alle autorità religiose, che ora suonano l’allarme, sottolineando la causa esistenziale drusa da una prospettiva di sopravvivenza, non politica.
In effetti, i drusi, che storicamente hanno dimostrato resilienza nell’adattarsi ai cambiamenti sismici regionali, oggi si sentono profondamente minacciati. La mobilitazione esistenziale ha raggiunto nuove vette. I canali di comunicazione tra le comunità druse in Libano, Siria e Israele sono ora più attivi che mai. Per loro, la domanda non è più “se agire”, ma piuttosto: dove possiamo ancora esistere?
In conclusione, non si tratta più di una questione settaria o geografica, ma di un dilemma esistenziale globale. I drusi, in particolare in Siria, non sono in grado di scegliere liberamente la loro strada, data l’immediatezza e la molteplicità delle minacce. È quindi dovere dello Stato siriano – se desidera preservare la sua unità – ripristinare la dignità di questa comunità, assicurare la sua sicurezza, garantire la sua uguale cittadinanza e proteggerla dalle forze distruttive della manipolazione politica e della sicurezza.
In caso contrario, lo Stato avrà effettivamente spinto i drusi verso opzioni alternative, opzioni che, fino ad ora, si sono sforzati disperatamente di evitare.
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L’articolo M.O. Nidal Shoukeir, “Quale futuro attende i drusi nella regione?” proviene da Associated Medias.

