di Carlo Longo

Israele considera un accordo per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi. Intanto, in Cisgiordania, alcuni sceicchi propongono la creazione di un Emirato di Hebron, sfidando l’ANP e cercando un’intesa diretta con Israele

israeleIl presidente israeliano Isaac Herzog ha esortato il premier Benjamin Netanyahu a compiere un passo coraggioso verso un accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, accompagnato dalla liberazione degli ostaggi. Pur riconoscendo che il compromesso comporterebbe costi politici e strategici rilevanti, Herzog ha sottolineato l’urgenza di una svolta: “Sostengo pienamente gli sforzi in corso, anche se richiedono decisioni difficili e dolorose. Confido che il governo saprà affrontare la sfida con responsabilità”, ha dichiarato prima della partenza di Netanyahu per Washington, dove incontrerà Donald Trump lunedì 7 luglio.

 Intesa possibile, ma Hamas chiede modifiche

Nei giorni precedenti, Donald Trump aveva lasciato intendere che una tregua tra Israele e Hamas potesse concretizzarsi entro la settimana. La bozza negoziata da Stati Uniti e Israele ha già ricevuto un parziale assenso da parte di Hamas, che tuttavia ha avanzato richieste di modifica ritenute inaccettabili da Netanyahu. Nonostante lo stallo, oggi – domenica 6 luglio – una delegazione israeliana sarà in Qatar per continuare i negoziati indiretti con i rappresentanti del movimento islamista.

 Gaza sotto attacco: almeno 33 le vittime dei raid

Mentre le trattative proseguono, l’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza continua senza sosta. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dichiarato di aver colpito 130 obiettivi nelle ultime ore, tra cui centri di comando, depositi di armi e lanciarazzi appartenenti a Hamas. Secondo quanto riportato dall’agenzia palestinese Wafa, almeno 33 persone hanno perso la vita, la maggior parte delle quali nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord di Gaza City.

 Cisgiordania, demoliti campi profughi a Tulkarem

Le operazioni dell’IDF non si limitano a Gaza. In Cisgiordania, a Tulkarem, l’esercito israeliano ha distrutto due campi profughi con l’obiettivo dichiarato di stanare miliziani palestinesi. Ai residenti sarebbero state concesse solo poche ore per recuperare i beni personali prima delle demolizioni. Secondo fonti locali, cresce il timore che queste azioni possano cancellare non solo abitazioni ma anche lo status legale di rifugiati riconosciuto ai residenti.

Hebron propone un Emirato filo-israeliano: sfida all’ANP

Parallelamente, si registra una svolta inaspettata nella regione di Hebron. Un gruppo di cinque autorevoli sceicchi locali ha inviato una lettera al Ministro israeliano dell’Economia, Nir Barkat, manifestando la volontà di creare un “Emirato di Hebron” che riconosca Israele come Stato del popolo ebraico. La proposta rappresenta una frattura netta con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), accusata di inefficacia, e si ispira al modello di convivenza degli Emirati Arabi Uniti.

Critiche agli Accordi di Oslo e rifiuto dello Stato palestinese

I promotori dell’iniziativa hanno definito la loro proposta “giusta e dignitosa” e puntano a sostituire gli Accordi di Oslo, ritenuti la causa di instabilità e regressione economica. Lo sceicco Wadee’ al-Jaabari, uno dei leader storici della città, ha dichiarato al Wall Street Journal che la soluzione dei due Stati è superata: “Non esisterà mai uno Stato palestinese, nemmeno tra mille anni. Dopo il 7 ottobre, Israele non lo permetterà più”.

Una nuova visione tribale: sette Emirati palestinesi

Secondo Jaabari, circa il 78% dei residenti di Hebron si riconosce nei clan tribali, che quindi rappresenterebbero una base legittima per un nuovo assetto politico locale. L’obiettivo è creare un sistema federale composto da sette “emirati” nelle principali città palestinesi: Betlemme, Jerico, Nablus, Tulkarem, Jenin, Qalqilya e Ramallah. In questo schema, gli sceicchi si propongono come interlocutori affidabili di Israele, contrapponendosi apertamente alla dirigenza dell’ANP.

 Israele diviso: tra entusiasmo politico e timori dello Shin Bet

Il Ministro Barkat ha accolto con favore la proposta: “Se i leader locali vogliono pace e stabilità, perché dovremmo dire no?”. Tuttavia, l’iniziativa non convince del tutto gli apparati di sicurezza israeliani. Secondo fonti riservate, Shin Bet e IDF sarebbero scettici: temono che la frammentazione dei clan renda difficile mantenere l’ordine e contrastare il terrorismo. Nonostante un cauto interesse da parte del premier Netanyahu, la questione resta aperta e carica di incognite.

(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati

L’articolo Israele valuta una tregua a Gaza: pressioni su Netanyahu, mentre cresce l’influenza dei clan in Cisgiordania proviene da Associated Medias.