di Velia Iacovino
Lo scontro tra trumpiani, conservatori fiscali e moderati paralizza la Camera: la legge bandiera da 4.500 miliardi rischia di saltare
Doveva essere la consacrazione legislativa del secondo mandato di Donald Trump, la “One, Big, Beautiful Bill”, l’imponente pacchetto fiscale e di spesa da 4.500 miliardi di dollari che porta la sua firma politica. E invece, per ora, è diventata il simbolo plastico delle fratture interne alla maggioranza repubblicana, delle tensioni tra trumpiani ortodossi, falchi del deficit e deputati moderati con l’ansia da rielezione.
Lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferisce l’Economist, ha ribadito con tono deciso che la legge passerà, “qualunque cosa accada”. Ma la realtà, in queste ore, è una paralisi imbarazzante. La Camera è rimasta bloccata per tutta la giornata di mercoledì e nella notte successiva, mentre il voto sulla mozione procedurale — il passaggio tecnico per portare la proposta in aula — si è trasformato in una maratona di quattro ore. Cinque repubblicani hanno votato contro, otto si sono astenuti, e lo stallo è diventato il termometro esatto di una maggioranza instabile e litigiosa.
Dietro le quinte, la Casa Bianca è in ebollizione. Trump, irritato e determinato, ha convocato alcuni dei ribelli nello Studio Ovale e, via social, ha alzato i toni: “Cosa stanno aspettando i Repubblicani??? Cosa volete dimostrare??? MAGA NON È FELICE, E VI STA COSTANDO VOTI!!!”. Un avvertimento? Una minaccia? Di certo, un segnale di nervosismo.
Il disegno di legge, sottolinea il Washington Post, ha un impianto ambizioso e provocatorio: rinnova i tagli fiscali del 2017 (in scadenza a dicembre), introduce nuove esenzioni su mance e straordinari, rafforza la spesa in difesa e sicurezza, ma riduce drasticamente Medicaid, gli aiuti alimentari e cancella gli incentivi alle energie rinnovabili voluti da Biden. Un’agenda identitaria per l’America trumpiana. Ma proprio la portata del pacchetto, ampliato in Senato con modifiche più onerose, ha scatenato la protesta di una fronda conservatrice che teme l’esplosione del deficit federale.
Il rappresentante texano Keith Self è stato chiaro: “Ci stanno imponendo una legge gonfiata, tradendo gli accordi”. Gli fa eco Chip Roy, volto del Freedom Caucus: “Il Senato non può avere sempre l’ultima parola. Questo testo va rivisto”.
In questo clima di sfiducia, lo Speaker Johnson cammina su un filo sottile. La sua leadership, già messa in discussione mesi fa, è ora sotto esame. “Lavoreremo senza sosta, anche oltre il 4 luglio se necessario”, ha promesso a Fox News, lasciando intendere che il compromesso è ancora lontano.
Mentre i repubblicani si lacerano, i democratici osservano e colpiscono. Nessun voto a favore, nessun supporto. Anzi, un contrattacco a tutto campo: dai comizi improvvisati sui gradini del Congresso agli ostacoli procedurali in aula, nel tentativo di rallentare ulteriormente l’iter.
Il nodo politico è evidente: l’ala MAGA vuole la legge come bandiera da sventolare in vista delle elezioni di medio termine; i falchi del bilancio non vogliono un’altra montagna di debito; i moderati temono le conseguenze sociali e il boomerang nei distretti in bilico.
Il tempo stringe. Trump ha chiesto l’approvazione entro venerdì. Ma tra emendamenti, veti incrociati e tensioni interne, il rischio di naufragio è concreto. E se la “Grande, Bella Legge” dovesse affondare, non sarebbe solo un colpo all’agenda presidenziale: sarebbe la prova definitiva che il Partito Repubblicano del 2025 è ancora una coalizione irrisolta, un campo minato di ego, ideologie e ambizioni divergenti.
Per ora, resta un’immagine: il tabellone elettronico della Camera con il voto aperto per quattro ore, sospeso come una sentenza non pronunciata. Un simbolo perfetto dell’impasse di Washington. E del prezzo, altissimo, di una maggioranza che non riesce più a parlarsi
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