di Emilia Morelli

Oltre 600 giorni dopo il 7 ottobre, Gaza è ancora sotto assedio. Israele sospende gli aiuti umanitari: la popolazione vive tra fame, malattie e bombardamenti continui

gazaMentre il conflitto diretto tra Israele e Iran sembra aver trovato una tregua momentanea, nella Striscia di Gaza la guerra non è mai finita. A più di 600 giorni dall’attacco del 7 ottobre, i civili palestinesi vivono ancora sotto assedio, privati di cibo, acqua, cure mediche e della speranza.

«Non c’è farina, né acqua pulita. Le bombe cadono in ogni momento», racconta a Open Nadera Mushtha, scrittrice cresciuta nel quartiere di Shujaiya, a Gaza City. «Dal 2 marzo non entra più nulla nella Striscia. Qualche settimana fa sono arrivati aiuti, ma solo farina».

Anche Sara Awad, scrittrice e studentessa nel nord di Gaza, descrive una realtà disumana: «Non ricordo l’ultima volta in cui mi sono sentita sazia. Mangiamo una volta al giorno e ci vogliono ore per trovare qualcosa da mettere sotto i denti. Stiamo morendo di fame».

Israele blocca gli aiuti: pressioni politiche interne e accuse infondate

Il 26 giugno, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sospensione totale delle consegne umanitarie a Gaza, giustificandola con la necessità di impedire che gli aiuti finiscano nelle mani di Hamas. La decisione è arrivata dopo le minacce del ministro ultranazionalista Bezalel Smotrich di far cadere il governo se non fossero stati presi provvedimenti drastici.

Un video diffuso da Naftali Bennett – poi smentito dalle Nazioni Unite – mostrava uomini armati che avrebbero sottratto gli aiuti. Ma l’Onu ha chiarito che si tratta di bande locali, e non del partito-milizia. Intanto, solo 56 camion entrano ogni giorno a Gaza, a fronte delle diverse centinaia necessarie, secondo le stime dell’Onu.

Il sistema degli aiuti umanitari: tra disorganizzazione e morte

Dal 26 maggio, la distribuzione degli aiuti è affidata alla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una ONG registrata in Svizzera e negli Stati Uniti, scelta da Israele in sostituzione delle agenzie Onu. I punti di distribuzione, spesso vicini a postazioni militari israeliane, sono diventati luoghi di morte: secondo l’Onu, almeno 400 civili sono stati uccisi e 3.000 feriti solo nell’ultimo mese mentre cercavano aiuti.

«Il cibo è diventato un’arma», ha denunciato l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari. James Elder, portavoce dell’Unicef, ha paragonato la situazione a una versione reale degli Hunger Games.

Prezzi alle stelle, mercati vuoti, vite spezzate

Anche per chi riesce a evitare i raid e ad arrivare ai punti di distribuzione, la realtà è drammatica. «Un sacco di farina costa più di 1.000 dollari», spiega Nadera. «I mercati ci sono, ma sono vuoti: niente carne, verdura, zucchero o latte».

Sara aggiunge: «Il nostro Paese è diventato sinonimo di morte, fame e malattia. Israele continua a ucciderci, e il mondo guarda in silenzio».

Le trattative per il cessate il fuoco: Trump in campo, ma la pace è lontana

Mentre i civili muoiono di fame e sotto le bombe, i negoziatori internazionali tentano di riavviare i colloqui tra Israele e Hamas, favoriti dalla recente fine del confronto diretto tra Israele e Iran. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed Al Ansari, ha confermato che Doha è in contatto con entrambe le parti per trovare un accordo. Anche gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente presidente, stanno valutando un coinvolgimento diretto nei negoziati.

Nel frattempo, dal vertice NATO dell’Aja e dal Consiglio europeo di Bruxelles, arriva il pressing per un ritorno al tavolo delle trattative.

“Sognare una giornata normale”: la speranza sotto le macerie

Per i giovani di Gaza, però, anche un giorno senza bombardamenti è diventato un’utopia. «Tutti i miei sogni sono stati distrutti, anche la mia università è stata rasa al suolo», racconta Sara. «Cerco di studiare nonostante tutto, ma è difficile credere nel futuro».

Nadera conclude con un desiderio semplice e devastante: «Sogniamo di vivere una giornata normale, senza l’odore della morte. Per molti è la norma. Per noi, è un sogno lontano».

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