di Velia Iacovino
Sabotaggi, omicidi mirati, cyberattacchi e intelligence ridisegnano la nuova geografia del conflitto.

“Israele ha ricevuto una punizione. E ne riceverà altre”. Le parole della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, risuonano come una fatwa e aprono una nuova pagina – opaca, densa di ambiguità – nello scontro che ha infiammato per dodici giorni il Medio Oriente. Le sirene tacciono, i radar sembrano a riposo, ma è solo apparenza: sotto la superficie, la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti continua. E si fa più pericolosa proprio ora, nella sua fase sotterranea.
Perché non è stata una guerra come le altre. È stato uno stress test della deterrenza reciproca, uno scontro per mostrare capacità più che per ottenere vittorie nette. L’Iran ha osato l’inosabile: lanciare oltre 500 missili e mille droni – in gran parte intercettati – verso il territorio israeliano. Un attacco simbolico, certo, ma non per questo meno significativo. È la dimostrazione che Teheran è pronta a giocarsi la carta dell’aggressione diretta, persino pagando il prezzo – salatissimo – che ne è seguito.
Dall’altra parte Israele ha reagito come un meccanismo a orologeria, affiancato da una macchina bellica statunitense pronta da settimane. Le rappresaglie sono state chirurgiche e micidiali: 1.000 sortite aeree, incursioni con bombardieri stealth, incursioni nel cuore del programma nucleare iraniano. Ma soprattutto – ed è forse il dato più inquietante – un’intensa guerra di intelligence, fatta di omicidi mirati, sabotaggi e controspionaggio. Una guerra invisibile che continuerà anche sotto il velo della tregua.
E qui sta il punto. Il bilancio materiale è tragico, ma chiaro: più di mille morti in Iran secondo fonti indipendenti, 28 in Israele, danni enormi agli impianti industriali, scientifici e strategici. Ma il bilancio politico e strategico è ancora da scrivere. Per Israele, la guerra ha messo alla prova la sua rete di difesa e ha mostrato i limiti di una deterrenza costruita più sul timore che sulla prevenzione. Per l’Iran, è stata una prova di forza, certo, ma anche di vulnerabilità: le sue infrastrutture, il suo apparato nucleare, persino le sue élite militari si sono rivelate esposte.
Nel mezzo, gli Stati Uniti: determinanti nella difesa e nella reazione, ma ancora incerti su quale postura mantenere in un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intero scacchiere regionale. È evidente che Washington ha scelto di restare presente – e pesantemente – ma non vuole farsi trascinare in una guerra totale. Da qui la gestione chirurgica, quasi fredda, delle operazioni. Ma fino a quando potrà funzionare questa ambiguità?
La verità è che i tre attori – Teheran, Tel Aviv e Washington – si studiano, si colpiscono, si illudono di controllare l’escalation. Ma ogni guerra segreta ha un prezzo: la perdita di trasparenza, l’aumento del rischio calcolato male, l’errore che accende un nuovo inferno. Il fatto che i tre principali siti nucleari iraniani siano stati colpiti senza una reazione immediata su larga scala non significa che il pericolo sia scampato. Significa, al contrario, che si è entrati in una fase più complessa.
E’ la tregua, non la pace. È una sospensione tattica, non una fine. In questo clima, anche le parole di Khamenei non sono solo propaganda: sono parte di una strategia, che combina minacce, martiri, vittimismo e un orizzonte atomico mai del tutto smentito. E mentre le diplomazie tacciono e l’AIEA attende di ispezionare i siti colpiti, resta una certezza amara: la guerra è cambiata, ma non è finita. Forse è appena cominciata.
(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati
L’articolo Dietro la tregua, la guerra tra Iran, Israele e Usa continua nell’ombra proviene da Associated Medias.

