di Velia Iacovino
Teheran lancia missili contro la base Usa di Al Udeid, Doha promette risposta. Riyad condanna l’attacco e offre “pieno sostegno”al Qatar. Spazio aereo chiuso in Kuwait e Bahrein. Washington valuta le contromosse.
Nel labirinto mediorientale, dove alleanze e rivalità si intrecciano come i fili di un antico tappeto persiano, ioggi è stata segnata una svolta destinata a lasciare un’impronta profonda. L’Iran ha colpito, il Qatar il paese arabo del Golfo tradizionalmente più amico di Teheran ha reagito, l’Arabia Saudita ha scelto: a sorpresa, con fermezza, si è schierata al fianco di Doha. Tutto ciò mentre il mondo assiste a un nuovo punto di snodo, strategico e simbolico, che potrebbe ridefinire gli equilibri del Golfo.
La reazione di Doha
L’attacco missilistico sferrato dai Pasdaran contro la base americana di Udeid, per altro preventivamente svuotata di mezzi e aerei per evitare perdite e lasciare aperto un possibile canale diplomatico, ha avuto l’apparenza di una rappresaglia “calcolata”: nessuna vittima, difese aeree pronte, evacuazione già in atto e il preavviso di Teheran al suo antico alleato. Ma calcolata per modo di dire, poichè la risposta qatarina non si è fatta attendere. Con una dichiarazione forte, Doha ha definito l’attacco una “palese violazione della sovranità” e si è riservata il diritto di rispondere “in modo proporzionale”, evocando la Carta dell’ONU e il diritto internazionale. Il ministro degli Esteri Majed Al Ansari ha precisato che i missili sono stati intercettati e che la base era stata evacuata in tempo, ma la tensione resta altissima.
L’alleanza saudita: svolta geopolitica?
A rendere ancora più significativo l’episodio è l’immediato sostegno dell’Arabia Saudita al Qatar. Riad, da sempre in freddo con il piccolo Emirato, con una nota ufficiale del ministero degli Esteri, ha condannato “nei termini più forti” l’aggressione iraniana e ha annunciato il pieno supporto a Doha, definendo il Qatar “Stato fratello”. Una frase che, fino a qualche anno fa, sarebbe sembrata fantascienza: basti pensare all’embargo imposto da Riad proprio al Qatar nel 2017.
Oggi, invece, le priorità sono cambiate. La minaccia iraniana si è trasformata in una leva diplomatica potente, capace di rinsaldare legami nel campo sunnita. La solidarietà saudita non è solo un gesto simbolico, ma un messaggio chiaro: la partita dell’influenza nel Golfo è ancora tutta aperta, e ogni attacco può diventare un’occasione per riposizionarsi.
Lo spettro dell’escalation
La reazione degli Stati Uniti è, per ora, contenuta ma vigile. Il presidente Donald Trump, assieme ai vertici militari, ha seguito gli eventi dalla Situation Room, mentre le basi americane in Iraq sono state messe in stato di allerta. Anche l’Italia monitora con attenzione: i militari italiani in Qatar sono stati allontanati per precauzione, e quelli in Kuwait si sono rifugiati nei bunker. Tajani ha convocato l’unità di crisi.Intanto, il Golfo si chiude su se stesso: Kuwait, Emirati, Bahrein, tutti hanno sospeso il traffico aereo. È un gesto simbolico e operativo, indice di un allarme che attraversa l’intera regione.
L’incognita finale
Il prossimo passo sarà decisivo. Il Qatar risponderà davvero? E in che forma? Gli Stati Uniti sceglieranno di rilanciare o di contenere? L’Iran si fermerà qui, oppure considererà la missione incompleta? Sono domande aperte che si sommano a un altro nodo più profondo: quello della credibilità. Se le “regole di ingaggio” restano quelle viste dopo Soleimani, forse si eviterà il peggio. Ma se uno solo dei protagonisti deciderà di uscire dal copione, il rischio di una spirale fuori controllo si fa concreto.
Per ora, l’attacco a Al Udeid è un colpo al cuore strategico dell’apparato difensivo americano nella regione. Ma è anche un test di nervi per tutti gli attori coinvolti. E soprattutto, è un bivio per l’Arabia Saudita: da antagonista regionale del Qatar a suo alleato nella tempesta, in nome di un equilibrio nuovo che forse, sotto la superficie, era già in gestazione
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