di Guido Talarico

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L’interventismo militare americano, nei libri di storia come ad Hollywood, è figlio di una visione del mondo dove la forza fisica, l’azione immediata e l’autonomia personale sono virtù assolute. In questa logica narrativa, il compromesso è debolezza, la diplomazia è sospetta, e solo chi combatte è degno di memoria

di Guido Talarico

«Il coraggio è avere una paura tremenda e salire comunque in sella». Così parlava John Wayne, emblema eterno del cowboy hollywoodiano. Quella frase, apparentemente semplice, racchiude un intero universo culturale: l’eroe solitario, l’azione decisa, la sfiducia nelle regole comuni. Anche “Americà facce Tarzan” di Alberto Sordi alla fine va in questa direzione. È da questa matrice narrativa, così radicata nel mito fondativo degli Stati Uniti, che nasce – e si rinnova costantemente – l’interventismo militare americano.

vance groenlandia
J.D. Vance

Certe frasi, spesso pronunciate da personaggi leggendari, cinematografici o reali che fossero, esprimono una visione del mondo dove la forza fisica, l’azione immediata e l’autonomia personale sono virtù assolute. In questa logica narrativa, il compromesso è debolezza, la diplomazia è sospetta, e solo chi combatte è degno di memoria. Donald Trump e J.D. Vance, con le loro bombe e la loro aggressività verbale, sembrano incarnare perfettamente questi stereotipi.

Il cinema hollywoodiano ha innalzato a epopea l’istinto guerriero, spesso trasfigurando la violenza in gesto morale. Dal revolver estratto nel duello di mezzogiorno, alla bomba bunker-buster sganciata a mezzanotte su un obiettivo iraniano, cambia lo scenario, non l’archetipo. Il cowboy moderno indossa giacca e cravatta, firma ordini esecutivi, e “spara” via satellite. E quasi sempre, per non dire sempre, lo fa “per un pugno di dollari”.

Un secolo di guerre: il pugno lungo dell’America

Ma la storia é impietosa. Così a rileggere i fatti bellici americani più rilevanti dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi scopriamo che pur essendo nel loro DNA la guerra gli yankee amano combatterle ma stentano molto a vincerle. Nel corso del Novecento e oltre, gli Stati Uniti hanno partecipato direttamente o indirettamente a oltre 135 conflitti. Alcuni di essi – come la Prima e la Seconda guerra mondiale – sono stati percepiti come “necessari” o “inevitabili”. Altri, come il Vietnam o l’Afghanistan, si sono trasformati in lunghe agonie militari, segnate da ritiri umilianti e perdite strategiche devastanti.

I loro campi di battaglia sono sempre nel medio e nell’estremo oriente. Tutti dolorosissimi per la loro parte. Ricordiamone alcuni. Guerra di Corea (1950–53): finita con un armistizio e non una vittoria. La penisola resta divisa, il comunismo in Nord Corea resiste. È il primo vero trauma della guerra “limitata”. Vietnam (1965–1975): un’odissea di sangue e propaganda. Le immagini degli elicotteri americani in fuga da Saigon bruciano ancora nella memoria collettiva. Un’intera generazione americana ha perso fiducia nel proprio Paese. Afghanistan (2001–2021): dopo l’iniziale “missione di giustizia” post-11 settembre, il conflitto si trasforma in una palude. Il ritiro, nel 2021, riporta al potere i talebani, dimostrando che non basta la forza per costruire un ordine. Iraq (2003–2011): l’intervento voluto da Bush Jr. sulla base di false accuse (armi di distruzione di massa mai trovate) apre la porta a un decennio di caos, guerra civile e l’ascesa dell’ISIS.

Eppure, ogni volta, la retorica è la stessa: “liberare”, “difendere”, “prevenire”. L’esportazione della democrazia oggi sembra uno scherzo, ma per decenni è stata un’affermazione che ha fatto presa. Il linguaggio cambia, la narrazione resta. Anche i momenti di crisi sono riconfigurati come occasioni per “dimostrare” forza e volontà.

La cultura come carburante bellico

Clint Eastwood

Se gli Stati Uniti agiscono così, non è solo per interesse geopolitico o economico. È perché credono profondamente nella legittimità dell’azione armata come strumento etico. Il popolo americano è cresciuto a pane, western e battaglie tra il bene e il male. In questo il cinema è un testimone insuperabile, con la fiction che recupera la storia Quando la leggenda supera i fatti, stampate la leggenda. (L’uomo che uccise Liberty Valance) Che cosa è questo titolo del 1962 se non un’esortazione a preferire il mito alla realtà, la gloria al dubbio? Le operazioni militari diventano così leggende, anche quando falliscono. Se dentro di te ci fosse qualcosa da salvare, ti picchierei finché non riuscissi più a stare in piedi.” (Cowboy, 1958). Una spiegazione chiara di una certa filosofia di vita. La violenza alla fine è redenzione, la guerra è cura. Chi rifiuta la lotta è perduto. E poi arriva un gigante come Clint Eastwood, il re dei cowboy, che ci spiega tutto: Il West è stato fatto da uomini violenti e semplici.” E’questo il loro mondo, la semplicità dell’azione, il rifiuto della complessità diplomatica: è la formula perfetta per ogni dottrina dell’intervento.

Trump e Vance: la reincarnazione del cowboy

Dalla storia e dal cinema, arriviamo alle bombe di questi giorni e all’escalation militare in Iran, con gli Usa che, chiamati in campo da Israele, scendono in guerra con bombardamenti diretti. Una situazione che precipita e che va ad impattare clamorosamente sia sulla guerra di Gazza, sia con quella in Ucraina, lasciando per altro l’Europa attonita e di fatto incapace di prendere una posizione più reattiva e netta anche nei confronti dell’alleato americano.  È il ritorno del cowboy sulla scena globale. Make America Great Again vuol dire anche questo. Donald Trump e JD Vance incarnano perfettamente questo ruolo nell’immaginario dei loro elettori. Il primo, già noto per le sue uscite dirette e la sua ostilità verso ogni mediazione internazionale; il secondo, veterano dell’Iraq, cultore della forza come deterrente assoluto.

L’America non negozia con chi minaccia la nostra sicurezza,” ha dichiarato Vance, all’indomani dell’operazione. Trump, dal canto suo, ha usato parole simili a quelle dei suoi alter ego cinematografici: “Quando veniamo colpiti, colpiamo due volte più forte.”

Il ticket Trump-Vance, tuttavia non rappresenta una nuova strategia, ma una riaffermazione identitaria: quella di un Paese che si rifiuta di imparare dalle proprie sconfitte, e che preferisce ripetere il gesto simbolico dell’azione, anche quando le sue conseguenze sono imprevedibili.

La sfida dell’eterna frontiera

Il Dr Stranamore

La verità è che il mito della frontiera per loro non è mai morto. È sopravvissuto agli elicotteri di Saigon, ai monti dell’Hindu Kush, ai deserti iracheni. Oggi rinasce nei cieli sopra Teheran, in un bombardiere che solca la notte come un cavallo di ferro. Stranamore è tornato perché il cowboy che è in lui non è mai cambiato: ha solo sostituito il fucile con un bombardiere, proprio come nel film.

La diplomazia, in questo racconto epico, così nei fatti diventa un intralcio. La prudenza è una debolezza. E la pace è solo l’intervallo tra due colpi ben assestati. Ieri era l’Afghanistan oggi è l’Iran. Finché qualcuno a Mosca come a Washington o a Pyongyang non riterrà che il nucleare tattico non possa rappresentare una soluzione praticabile. E sarà allora che tutti concorderemo definitivamente con il dottor Stranamore quando spiegava “come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”. Perché alla fine l’uomo, finche è in vita, è capace di adattarsi a tutto.

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L’articolo  Le bombe Usa in Iran: dalla storia al cinema, come l’archetipo del cowboy ha plasmato l’interventismo americano proviene da Associated Medias.