di Aisha Harrison
Dopo l’attacco americano ai siti nucleari iraniani, il leader dell’opposizione israeliana approva l’azione ma chiede a Netanyahu di chiudere il conflitto. Missili su Tel Aviv e Haifa, sedici feriti.
Nel giorno in cui gli Stati Uniti hanno sferrato un colpo devastante contro il programma nucleare iraniano, il sistema politico israeliano si è mostrato insolitamente compatto. Sia gli alleati del primo ministro Benjamin Netanyahu sia i suoi più acerrimi avversari hanno elogiato la decisione del presidente Trump di colpire i siti di Fordo, Natanz e Isfahan. Il ministro degli Esteri Gideon Saar, uno dei principali esponenti del governo, ha celebrato l’azione americana con toni solenni: “Stanotte Trump ha scritto il suo nome a lettere d’oro nei libri di storia”, ha dichiarato.
Ma il consenso è arrivato anche dalle file dell’opposizione. Yair Lapid, leader del centro e critico di lunga data di Netanyahu, ha definito l’attacco “la cosa giusta e corretta per Israele, per la sicurezza israeliana e per la sicurezza globale”. In un’intervista radiofonica ha aggiunto:“È un buon momento”, sottolineando però che ora Israele dovrebbe puntare a chiudere il conflitto, dal momento che “gli obiettivi principali sono stati raggiunti”.
Nel frattempo, l’esercito israeliano ha annunciato via social media una nuova serie di raid su obiettivi militari nell’Iran occidentale, a dimostrazione che la spirale della violenza è ben lontana dall’esaurirsi.La risposta iraniana al raid americano ha già colpito duramente: 16 i feriti in Israele a causa dei missili lanciati su Tel Aviv e Haifa.
Immagini trasmesse dall’emittente pubblica israeliana mostrano un palazzo multipiano sventrato dall’esplosione, con le strade attorno ridotte a cumuli di macerie.Mentre il Medio Oriente precipita in una nuova fase di alta tensione, Israele si ritrova politicamente più unito che mai, ma con una guerra aperta e ancora incerta all’orizzonte. Lapid mette in guardia: ora è il momento di fermarsi. Resta da vedere se Netanyahu e Trump raccoglieranno l’appello.
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