di Carlo Longo
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, si dice pronto a guidare una transizione democratica in Iran. Ecco il suo passato, il ruolo nella diaspora e le incognite sul futuro
Reza Ciro Pahlavi II, figlio dell’ultimo Scià di Persia, potrebbe tornare ad avere un ruolo attivo nella politica iraniana, quarant’anni dopo essere stato esiliato con la sua famiglia in seguito alla rivoluzione islamica del 1979. In una recente dichiarazione, Pahlavi ha espresso la sua disponibilità a mettersi “al servizio del popolo iraniano”, esortando l’opposizione a cogliere l’occasione offerta dal conflitto con Israele per rovesciare il regime degli ayatollah.
È un’ipotesi al momento fragile, non priva di ostacoli, ma che riporta al centro del dibattito una figura che per molti è rimasta simbolo di un’Iran pre-teocratico, anche se controverso.
Una possibilità remota ma non irrealistica
L’idea che Reza Pahlavi possa guidare la transizione verso un nuovo Iran resta speculativa. Le forze di opposizione interna sono divise e frammentate, e il contesto internazionale, sebbene più favorevole che in passato, non garantisce un sostegno unanime. Inoltre, molti iraniani, soprattutto le generazioni nate dopo il 1979, vedono nella dinastia Pahlavi il riflesso di un potere autoritario accusato di repressione politica e corruzione.
Tuttavia, negli Stati Uniti — dove Pahlavi vive in esilio da decenni — e in Israele — ex alleato strategico del regime imperiale — alcuni osservatori lo considerano una figura potenzialmente aggregante. Più che come monarca, potrebbe giocare un ruolo di transizione, rappresentando una possibile soluzione temporanea nell’eventualità di un crollo del regime attuale.
Un’intervista che anticipava il futuro
Quando venne intervistato per la prima volta a Washington, Reza Pahlavi aveva solo 26 anni. Viveva in un’abitazione anonima a Langley, proprio di fronte al quartier generale della CIA, sotto costante protezione dei servizi americani. Già allora si mostrava consapevole e determinato, pur privo di velleità dinastiche immediate. “Non mi sveglio ogni giorno dicendo: un giorno sarò re”, disse all’epoca, lasciando intendere che il ritorno in Iran, se mai fosse avvenuto, non sarebbe stato per reclamare il trono, ma per servire il suo Paese.
Un passato che pesa
Educato per governare, Reza Pahlavi si è sempre considerato figlio di un progetto di modernizzazione, non di tirannia. Quando gli venne chiesto se si rivedeva nella figura dell’ultimo imperatore cinese, come raccontato nel film di Bertolucci, rispose: “No, perché io non ho mai avuto il potere. L’ho solo atteso invano”.
Pur difendendo il padre dalle accuse più dure, ammise che errori vennero commessi, soprattutto nel controllo autoritario attraverso i servizi segreti della Savak. A riguardo, però, puntualizzò: “Ci furono abusi, ma molti di quei prigionieri erano gli stessi che più tardi avrebbero preso ostaggi, fatto esplodere ambasciate e dirottato aerei”.
Un ruolo da arbitro super partes
Reza Pahlavi non ha mai nascosto di ambire a un ritorno in Iran, ma immaginandosi come garante dell’unità nazionale, non come un sovrano assoluto. “Non mi vedo come continuatore di mio padre, ma come una figura simbolica”, disse. L’idea era quella di accompagnare il Paese verso una nuova fase democratica e poi, se la volontà popolare fosse stata per una repubblica, farsi da parte.
La sua posizione su Khomeini è sempre stata chiara: lo ha considerato responsabile della distruzione del Paese e promotore del terrorismo internazionale, simbolo di una deriva oscurantista contro cui si è sempre dichiarato pronto a combattere, anche da lontano.
Un’attesa lunga una vita
All’epoca dell’intervista, Reza Pahlavi disse: “Sono giovane, posso aspettare”. Oggi, a 64 anni, quella speranza di tornare in Iran è ancora viva. Il suo messaggio alla nazione, lanciato di recente, riaccende i riflettori su una figura che per decenni è rimasta nell’ombra, ma che potrebbe tornare centrale nel futuro dell’Iran, anche solo come catalizzatore di un’idea di cambiamento.
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