di Velia Iacovino

Il presidente americano critica l’attacco ucraino con droni dentro i confini russi: «Inevitabile la rappresaglia». Kharkiv colpita da un’ondata di fuoco: cinque morti. Il Corriere rivela intercettazioni in cui comandi russi ordinano di giustiziare soldati ucraini feriti.

 

 

 

In un momento in cui il conflitto russo-ucraino sembra aver oltrepassato ogni limite, le parole del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, suonano come un richiamo a una verità scomoda. “L’attacco con droni dentro i confini russi ha dato a Putin una ragione per colpirli a tappeto”, ha dichiarato. “Quando l’ho visto – ha aggiunto – ho pensato: ora ci sarà la rappresaglia”. Nessuna giustificazione aperta, ma un messaggio implicito: secondo Trump, Kiev non può ignorare le conseguenze delle sue scelte strategiche.

Le dichiarazioni del presidente giungono mentre l’Ucraina è nuovamente sotto assedio. Kharkiv, seconda città del Paese, è stata investita da un’ondata simultanea di missili, droni iraniani e bombe guidate. Il sindaco, Igor Terekhov, ha parlato su Telegram di “un attacco senza precedenti”, aggiungendo che in meno di due ore si sono udite “oltre 40 esplosioni”. Il bilancio provvisorio è di almeno cinque morti e 17 feriti, tra cui due bambini. I soccorsi continuano a scavare tra le macerie.

Nel frattempo, da Kiev emergono accuse pesantissime. Secondo un reportage pubblicato dal Corriere della Sera, che ha avuto accesso a intercettazioni radio tra militari russi, alcuni soldati ucraini feriti – definiti con l’espressione in codice “300” – sarebbero stati giustiziati su ordine diretto di un comandante russo. “Non fateli prigionieri: sono feriti, eliminateli”, si sentirebbe dire nella registrazione. Gli ucraini, definiti con epiteti dispregiativi come khokhol e ukrop, sarebbero stati considerati un rischio per la sicurezza dell’unità russa. Mosca non ha ancora risposto ufficialmente alle accuse. Ma se confermato, l’episodio costituirebbe un gravissimo precedente sul piano del diritto internazionale umanitario.

Sul fronte diplomatico, intanto, i colloqui di pace a Istanbul si sono arenati. Kiev ha chiesto un cessate il fuoco immediato e incondizionato della durata di 30 giorni. Mosca ha risposto con un netto rifiuto. Gli attacchi si sono anzi intensificati: non solo Kharkiv, ma anche Kherson e Kiev sono state colpite. E se da un lato l’Ucraina rivendica operazioni di sabotaggio dentro il territorio russo, inclusi attacchi a basi militari strategiche, dall’altro il Cremlino insiste nel considerarle provocazioni che legittimano la rappresaglia.

Interpellato sul rischio di escalation nucleare, Trump ha risposto con cautela: “Spero di no”. Un auspicio più che una previsione. Ma il rischio di una guerra fuori controllo – regionale o globale – è ormai al centro delle riflessioni nelle principali capitali occidentali. In questo scenario, le responsabilità non si dividono più in modo netto. Il fronte si è fatto opaco, sfumato. E mentre si moltiplicano le denunce di crimini e le vittime civili si contano da entrambe le parti, resta una sola certezza: il prezzo di questa guerra, ogni giorno di più, lo pagano gli inermi.

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