di Velia Iacovino
Ogni critica a Israele viene soffocata in nome della memoria della Shoah, mentre a Gaza si consuma una tragedia umanitaria alla quale bisogna porre fine. Difendere i diritti dei palestinesi non è odio: è responsabilità morale.

La guerra tra Israele e Hamas, col trascorrere del tempo, è degenerata in una crisi umanitaria, morale e politica di proporzioni drammatiche. Gaza, trasformata in un deserto di macerie e sofferenza, è oggi il luogo di un’azione sistematica di annientamento che viola ogni principio di diritto e di umanità. Israele rivendica il proprio diritto a reagire all’attacco del 7 ottobre 2023, un’azione brutale di Hamas contro civili che ha riaperto ferite profonde nella memoria ebraica. Ma nulla, nemmeno quell’orrore, può giustificare l’eliminazione deliberata di una popolazione. Difendersi non equivale a distruggere, e nessuna reazione può trasformarsi in legittimazione del genocidio.
I numeri sono agghiaccianti: decine di migliaia di morti, per lo più donne, bambini e anziani; infrastrutture civili distrutte; ospedali ridotti a carcasse fumanti; una carestia indotta da un blocco totale. Gaza è un laboratorio di sterminio. Eppure la comunità internazionale, tra dichiarazioni di facciata e richieste inefficaci di cessate il fuoco, resta paralizzata. Il motivo è che il mondo è ostaggio di un equivoco tanto diffuso quanto pericoloso: ogni critica rivolta a Israele viene automaticamente etichettata come antisemitismo. Un meccanismo tossico che, lungi dal contrastare l’odio antiebraico, finisce per alimentarlo, legittimarlo e renderlo persino più virulento.
Mettere in discussione le scelte del governo israeliano, la sua strategia militare o la sua ideologia di dominio non è antisemitismo: è un atto di responsabilità civile e coscienza democratica. Al contrario, brandire la Shoah come scudo contro qualsiasi accusa, per quanto sacra sia la memoria di quella tragedia, significa svuotarla del suo valore universale. La lezione del Novecento dovrebbe essere chiara: mai, in nessun caso, la persecuzione o lo sterminio di un popolo possono essere tollerati o giustificati. Eppure, in nome di una solidarietà cieca e distorta, molte cancellerie occidentali restano silenti o si limitano a vuote formule diplomatiche. Peggio ancora, bollano come “odio antisemita” ogni voce che denuncia il massacro di Gaza. Questo non fa che legittimare l’odio cieco, alimentare le derive estremiste e esasperare una frattura insanabile tra le comunità ebraiche e una parte crescente dell’opinione pubblica globale.
Il pericolo è concreto e imminente: l’odio verso Israele, se non analizzato e compreso nel suo contesto politico, rischia di degenerare in un pregiudizio antiebraico generalizzato. E la responsabilità non è solo degli estremisti, ma anche di chi confonde il sostegno a Israele con l’approvazione acritica di ogni sua azione, anche la più disumana.
Oggi serve chiarezza e coraggio: si può e si deve essere contro Hamas e contro il genocidio di Gaza. Si può difendere il diritto di Israele a esistere senza accettare il diritto a sterminare un popolo. Si può essere antisionisti senza essere antisemiti. Bisogna distinguere nettamente l’identità ebraica dalla politica dello Stato di Israele. Finché questa chiarezza non sarà affermata, Israele continuerà a godere di un’impunità pericolosa, Hamas manterrà la sua narrazione di resistenza e l’antisemitismo crescerà, confondendo coscienze e preparando nuove tragedie.
È ora che l’Occidente rompa il silenzio complice. È ora che l’umanità torni a parlare con il linguaggio della giustizia e della verità. Anche – e soprattutto – quando è difficile, impopolare e doloroso.
(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati
L’articolo L’equivoco dell’antisemitismo e il genocidio di Gaza proviene da Associated Medias.

