di Ennio Bassi


Il segretario alla Difesa Hegseth lancia l’allarme: “La minaccia è reale e imminente”. L’area è tornata a essere il “teatro prioritario” dell’azione geopolitica Usa, . Ma non si tratta più solo di presenza militare: gli Stati Uniti chiedono agli alleati della regione  di fare la propria parte, aumentando drasticamente la spesa per la difesa.

Il mondo scruta l’orizzonte del Pacifico con crescente apprensione. Taiwan torna al centro del confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, e questa volta l’allarme arriva dai piani alti del Pentagono. Da Singapore, dove si è appena concluso lo Shangri-La Dialogue, il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha lanciato un messaggio chiaro e preoccupante: La minaccia rappresentata dalla Cina è reale. E potrebbe essere imminente.”

Secondo Hegseth, Pechino si sta chiaramente e credibilmente preparando a usare la forza militare per alterare l’equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico”. L’invasione di Taiwan, ipotizza il capo del Pentagono, non è più una remota eventualità ma una possibilità concreta, costruita giorno dopo giorno con “esercitazioni militari quotidiane attorno all’isola”. La Cina punta a diventare una potenza egemonica nella regione, e non nasconde più le sue intenzioni di “dominare e controllare l’Asia.

A margine dell’incontro che ha riunito i maggiori funzionari di difesa dell’area, colpisce un’assenza: nessuna delegazione ufficiale cinese era presente al forum, quasi a rimarcare l’attuale stato dei rapporti con Washington, tornati sotto forte pressione sin dal rientro di Donald Trump alla Casa Bianca.

Il tono dell’intervento di Hegseth rispecchia infatti la nuova posizione americana. L’Indo-Pacifico è stato definito il “teatro prioritario” dell’azione geopolitica Usa, con una strategia di deterrenza ricalibrata per scoraggiare qualsiasi aggressione. Ma non si tratta più solo di presenza militare: gli Stati Uniti chiedono agli alleati della regione – a partire da Giappone, Filippine e India – di fare la propria parte, aumentando drasticamente la spesa per la difesa.

“La deterrenza non è a buon mercato, ha insistito Hegseth, citando come esempio virtuoso i Paesi europei che, sotto la pressione della nuova dottrina Trump, stanno portando il bilancio militare fino al 5% del Pil. Un modello da replicare anche nell’Asia-Pacifico, secondo Washington, se davvero si vuole evitare l’escalation.

Gli Stati Uniti, intanto, promettono di restare. L’ex conduttore televisivo diventato capo del Pentagono non ha usato mezze misure: “Siamo tornati e non ce ne andremo. Continueremo a stringere le braccia intorno ai nostri amici, rafforzando ogni giorno la nostra cooperazione”.

La sensazione, però, è che ci si stia muovendo lungo il crinale di un conflitto possibile. E se da un lato la determinazione americana è evidente, dall’altro permane un fondo di scetticismo: la corsa agli armamenti potrà davvero fermare l’aggressività cinese o finirà per accelerare lo scontro?

Una domanda che, per ora, resta sospesa. Come l’ombra lunga di una crisi che potrebbe esplodere nel cuore del Pacifico.

 

 

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