di Emilia Morelli

L’omicidio della giovane Martina Carbonaro da parte dell’ex fidanzato porta alla luce il bisogno urgente di misure concrete contro la violenza di genere

femminicioMartina Carbonaro aveva appena cominciato a vivere. A 14 anni, l’adolescenza dovrebbe essere un tempo fatto di sogni, piccole ansie scolastiche, amicizie in divenire e prime esperienze che lasciano il segno. E invece, lei è l’ennesima vittima di femminicidio. A toglierle la vita è stato Alessio Tuccio, un ragazzo di 19 anni, che non ha accettato la fine della loro relazione. La sua reazione è stata devastante: l’ha aggredita con una violenza brutale, utilizzando una pietra per colpirla. La notizia ha generato sgomento e indignazione, facendo emergere, ancora una volta, quanto il problema della violenza di genere sia ormai radicato anche tra i più giovani.

Una proposta di legge contestata: il reato di femminicidio divide giuriste e politica

Mentre l’Italia piange la morte di Martina, si accende il confronto su una proposta di legge che mira a introdurre il femminicidio come reato autonomo nel codice penale. Tuttavia, questo progetto normativo incontra la ferma opposizione di un gruppo composto da oltre settanta docenti universitarie di diritto penale. Tra loro anche figure di rilievo come Maria Virgilio e Silvia Tordini Cagli, impegnate da anni nel contrasto alla violenza contro le donne.

Critiche accademiche: “Manca una vera strategia di prevenzione al femminicidio”

Le giuriste sottolineano come la proposta legislativa si concentri quasi esclusivamente sull’aspetto repressivo, trascurando completamente l’importanza della prevenzione. Secondo le firmatarie dell’appello, l’inserimento di un nuovo reato rischia di trasformarsi in uno strumento di propaganda più che in una soluzione efficace. L’introduzione dell’ergastolo obbligatorio come pena unica solleva inoltre dubbi sulla compatibilità con i principi costituzionali, in particolare quello della funzione rieducativa della pena.

I limiti di un approccio simbolico: servono politiche strutturate</H2>

L’appello delle penaliste mette in guardia anche dal valore esclusivamente simbolico di una tale norma. Esperienze analoghe in altri Paesi dimostrano come la sola presenza del reato di femminicidio non abbia portato a una reale diminuzione dei casi. Le firmatarie invitano invece a un’azione più profonda, che agisca su piani educativi, sociali e culturali, smantellando gli stereotipi che ancora oggi giustificano la violenza maschile come reazione a frustrazioni personali o sentimentali.

Il vuoto educativo tra i giovani: quando la violenza inizia da adolescenti

Il caso di Martina non è un’eccezione. Secondo dati diffusi da Save The Children, già tra i 14 e i 17 anni molte ragazze vivono relazioni segnate da comportamenti tossici e coercitivi: controllo del cellulare, isolamento dagli amici, insulti e gelosia morbosa. Tuttavia, molti adolescenti non riconoscono questi atteggiamenti come violenza, perché manca loro una guida, un’educazione emotiva e sentimentale che li aiuti a distinguere affetto da possesso.

Un progetto fermo al palo: l’educazione sentimentale nelle scuole

Nel 2025 una proposta di legge di iniziativa popolare ha raccolto oltre 50mila firme per introdurre l’educazione sentimentale nei programmi scolastici italiani. Ma l’iter legislativo si è bloccato, lasciando migliaia di studenti privi di strumenti per costruire relazioni sane e paritarie. E intanto, i dati ci dicono che quasi un adolescente su tre continua a pensare che l’abbigliamento di una ragazza possa giustificare una violenza sessuale.

Occorre un cambiamento culturale profondo

Il femminicidio di Martina Carbonaro ci impone una riflessione seria e strutturata. Il solo intervento legislativo non basta. Occorre un approccio multidimensionale che combini giustizia, educazione e responsabilità collettiva. Solo così potremo creare una società in cui l’amore non venga più confuso con il controllo e in cui nessuna ragazza debba più temere per la propria vita solo perché ha scelto la libertà.

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