di Carlo Longo
Riprende la consegna di aiuti umanitari a Gaza, ma il primo giorno è segnato da scontri e panico. Recinti metallici crollano e si spara in aria per controllare la folla
Dopo undici settimane di totale isolamento, con blocchi imposti da Israele che hanno impedito l’ingresso di cibo, medicine e carburante, sono finalmente ripartite oggi le operazioni di consegna degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Tuttavia, l’atteso ritorno degli aiuti, organizzato congiuntamente dagli Stati Uniti e da Israele, è stato segnato da gravi disordini nei centri di distribuzione, a conferma della drammatica situazione in cui versa la popolazione.
Centri presi d’assalto e scontri nei punti di distribuzione
La riapertura dei canali umanitari non ha avuto l’effetto calmante sperato. I centri di distribuzione a Tal al-Sultan e lungo il corridoio di Morag, situati nell’area meridionale di Rafah, sono stati letteralmente presi d’assalto da migliaia di civili affamati. La folla, composta da uomini, donne e bambini spesso a piedi o su carretti trainati da animali, si è riversata nei siti nel tentativo di ottenere razioni alimentari.
In uno dei centri, le strutture metalliche predisposte per ordinare i flussi sono collassate sotto la pressione della folla. Per riportare la calma, le guardie della sicurezza privata americana – appartenenti alla Safe Research Solutions (SRS) – hanno sparato in aria. Gli operatori umanitari della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), responsabili della distribuzione, si sono temporaneamente ritirati prima di riprendere le operazioni.
L’emergenza umanitaria: un assedio lungo quasi tre mesi
Il ritorno degli aiuti non può cancellare tre mesi di privazioni estreme. Dal 2 marzo al 18 maggio, circa due milioni di persone sono state isolate all’interno di Gaza senza accesso a beni essenziali. Gli ospedali, già gravemente danneggiati, sono rimasti senza carburante per alimentare i generatori. Secondo numerosi osservatori internazionali, la carestia è stata usata come strumento bellico deliberato.
Le zone attualmente accessibili ai civili sono drasticamente ridotte: circa l’80% della Striscia di Gaza è stato dichiarato zona militare o evacuata. Le forze israeliane continuano a emettere ordini di evacuazione con scarso preavviso, spingendo la popolazione verso aree sempre più ristrette nel sud. Si stima che oltre 600mila persone siano state costrette a spostarsi più volte soltanto da marzo.
Sicurezza privata e gestione degli aiuti: il ruolo controverso della GHF
Al centro delle operazioni di distribuzione si trova la Gaza Humanitarian Foundation, una fondazione svizzera che riceve il sostegno logistico di Israele e degli Stati Uniti. La protezione dei centri di consegna è stata affidata a contractor privati, in particolare alla SRS, già impiegata in passato nella gestione dei valichi durante la tregua temporanea.
Le immagini diffuse dai media israeliani, che mostrano civili palestinesi stipati in recinti di metallo, hanno suscitato forti polemiche. Per molti, quella scena rappresenta il simbolo di un sistema umanitario incapace di rispondere in modo dignitoso a una crisi umanitaria senza precedenti.
Un primo giorno caotico che prelude a nuove tensioni
Quella che doveva essere una giornata di sollievo per una popolazione stremata si è trasformata in un nuovo momento di tensione e disperazione. Il fallimento logistico della distribuzione evidenzia quanto la crisi di Gaza sia ormai strutturale e non risolvibile con aiuti sporadici.
Con una popolazione allo stremo, costretta a vivere tra sfollamenti continui e sotto assedio, la consegna di razioni alimentari si trasforma in una scena di caos. Gli aiuti, pur necessari, restano insufficienti a rispondere alle dimensioni di una tragedia umanitaria che continua a crescere.
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