di Emilia Morelli
Mentre si discute una fragile tregua a Gaza, emergono gravi criticità sul piano di distribuzione degli aiuti umanitari sostenuto da Israele e dagli USA. La Fondazione GHF crolla tra dimissioni, minacce e accuse di strumentalizzazione
Il conflitto tra Israele e Hamas continua a generare segnali contraddittori. Fonti vicine all’organizzazione palestinese hanno indicato un possibile via libera da parte di Hamas a una proposta di cessate il fuoco avanzata dall’inviato statunitense Steve Witkoff. Tuttavia, il sito Axios ha riportato una smentita da parte dello stesso Witkoff, che ha dichiarato: “Israele ha accettato un cessate il fuoco temporaneo, ora tocca ad Hamas fare la sua parte”.
Nel frattempo, Sky News Arabia ha anticipato che il presidente americano Donald Trump potrebbe ufficializzare una tregua a Gaza entro pochi giorni, parte di un accordo che comprenderebbe anche il rilascio di ostaggi israeliani. Trump stesso ha alimentato le speranze, dichiarando di aver ricevuto segnali positivi da Hamas: “Siamo in contatto con Israele e vogliamo porre fine al conflitto al più presto”.
Critiche e timori sul piano di assistenza umanitaria
Parallelamente agli sviluppi diplomatici, cresce la tensione intorno al nuovo progetto di aiuti umanitari per Gaza. Il piano, promosso dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) e sostenuto dal governo israeliano, è stato definito da Hamas come un mezzo per “indebolire la Striscia e servire scopi militari”. Il governo tedesco ha espresso preoccupazione, con il cancelliere Merz che ha condannato i raid israeliani e definito “non più giustificabile” la sofferenza imposta alla popolazione civile.
La GHF è una fondazione istituita a febbraio a Ginevra da Jake Wood, un ex marine americano, a cui Israele ha affidato la distribuzione degli aiuti in quattro centri localizzati nelle aree di Netzarim e Morag. Tuttavia, il progetto è entrato in crisi ancor prima del suo avvio ufficiale, con le dimissioni improvvise del CEO Wood. In una nota, ha denunciato l’impossibilità di operare “nel rispetto dei principi di neutralità e indipendenza”. Ha inoltre esortato Israele ad aumentare con urgenza la fornitura alimentare verso la popolazione.
Distribuzione degli aiuti: tra sicurezza e accuse di controllo
Il sistema predisposto da Israele prevede che i gazawi si rechino in specifiche aree per ricevere le razioni alimentari, senza dover fornire al momento dati biometrici, anche se il piano prevede l’introduzione futura di sistemi di riconoscimento elettronico. Le forniture includono farina, olio, barrette proteiche e altri generi di prima necessità, calcolati su base calorica per famiglia.
Tuttavia, l’ONU si è opposta duramente, rifiutando di collaborare con la Fondazione. Secondo il diritto internazionale, il cibo dovrebbe raggiungere i civili, e non viceversa, soprattutto in contesti dove la presenza di personale armato mina il principio di neutralità. I centri, infatti, saranno protetti da contractors americani armati, mentre l’esercito israeliano si limiterà a un ruolo di sorveglianza remota.
Il retroscena del progetto: tra lobby private e sicurezza
Il progetto della GHF affonda le sue radici in riunioni riservate avviate già a fine 2023, all’interno del COGAT, l’organismo israeliano che gestisce i rapporti civili con Gaza. A concepirlo è stato un gruppo informale di funzionari e imprenditori israeliani e americani, denominato “Mikveh Yisrael Forum”, deciso a bypassare le agenzie ONU. Tra i protagonisti, ex agenti dell’intelligence, venture capitalist e ufficiali riservisti che hanno proposto un modello di gestione affidato a società di sicurezza private.
Il progetto è stato poi affidato a due aziende americane: Safe Reach Solutions, guidata dall’ex ufficiale CIA Phil Reilly, e UG Solutions, fondata da un veterano delle forze speciali. Entrambe hanno assunto personale armato – oltre 100 ex militari Usa – con l’obiettivo di arrivare a mille unità operative sul campo.
Crisi gestionale e retroscena finanziari
La GHF, formalmente indipendente, ha ricevuto fondi da imprenditori privati e da un paese europeo non specificato, che avrebbe contribuito con oltre 100 milioni di dollari. Tuttavia, documenti riservati rivelano che già da novembre 2024 i promotori del progetto erano consapevoli delle critiche che sarebbero arrivate, e avevano predisposto risposte strategiche per minimizzare i legami con Israele.
Nonostante i tentativi di legittimazione, incluso il coinvolgimento dell’ambasciatore Usa Mike Huckabee che ha parlato di “gestione americana” del progetto, l’intera iniziativa è apparsa fin da subito controversa. L’Associated Press ha rivelato che la Fondazione ha ammesso in una lettera di non essere tecnicamente pronta a gestire la distribuzione in autonomia. I colloqui con grandi ONG come Save the Children e Care non hanno dato esiti, e nessuna agenzia ONU ha accettato di collaborare.
Reazioni di Hamas: allarme su raccolta dati e rappresaglie
Hamas ha reagito con durezza, accusando il piano umanitario di essere uno strumento per raccogliere informazioni sensibili – come dati biometrici – da utilizzare per il controllo della popolazione. Ha invitato i gazawi a boicottare l’iniziativa e ha minacciato ritorsioni contro chi collaborerà.
In un contesto già segnato da saccheggi dei convogli e dal mercato nero degli aiuti, l’intenzione dichiarata di Israele è quella di rompere i canali attraverso cui Hamas trarrebbe profitto dalla distribuzione. Ma la fragilità del sistema, i ritardi organizzativi e l’assenza di fiducia rischiano di compromettere l’intero progetto prima ancora che entri pienamente in funzione.
Il tentativo di creare un nuovo modello di distribuzione umanitaria nella Striscia di Gaza si scontra con una realtà fatta di diffidenza, pressioni politiche e fallimenti organizzativi. Con una tregua ancora lontana dall’essere certa e le ONG sul piede di guerra, la popolazione civile continua a essere la più grande vittima di una crisi che, dietro il volto degli aiuti, cela complesse strategie di controllo e influenza internazionali.
L’articolo Gaza: crisi umanitaria, tregua incerta e ombre sul piano di aiuti Usa-Israele proviene da Associated Medias.

