di Emilia Morelli
L’offensiva israeliana su Gaza e lo stallo nei negoziati per il cessate il fuoco portano l’Unione Europea e gli USA a rivedere i rapporti con Israele
L’intensificarsi della guerra a Gaza e l’assenza di progressi nei negoziati per una tregua stanno mettendo Israele sempre più in una posizione diplomatica isolata. L’Unione Europea e, sorprendentemente, anche la Casa Bianca sotto la presidenza di Donald Trump, stanno prendendo le distanze dalle politiche del governo Netanyahu. In Europa, per la prima volta, si discute concretamente la possibilità di sospendere l’Accordo di associazione con Israele, una mossa che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile.
L’iniziativa è partita dall’Olanda, e ha trovato eco tra i Paesi più critici verso l’intervento militare, come Spagna, Irlanda, Belgio e Svezia. Anche la Francia, con il ministro Jean-Noël Barrot, ha dichiarato di valutare la proposta, insieme alla possibilità di riconoscere ufficialmente lo Stato palestinese. L’Alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, ha mantenuto un tono cauto ma ha sottolineato l’urgenza di far arrivare più aiuti umanitari a Gaza: «Quelli attuali sono una goccia nell’oceano».
82 milioni all’Unrwa e un nuovo mediatore Ue per il Medio Oriente
L’Unione Europea ha già adottato due decisioni concrete per segnalare la sua posizione: l’erogazione di 82 milioni di euro a favore dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, e la nomina di un nuovo Inviato speciale per il processo di pace in Medio Oriente. La somma destinata all’Unrwa, fortemente criticata da Israele, servirà per continuare a garantire servizi essenziali alla popolazione palestinese.
Sul fronte diplomatico, l’Ue ha scelto Christophe Bigot, esperto diplomatico francese con una lunga esperienza nella regione, per guidare i colloqui. Il suo incarico, inizialmente della durata di 12 mesi, mira a riattivare il dialogo per una soluzione a due Stati, sulla base dell’Iniziativa Araba di Pace del 2002, tuttora considerata il documento di riferimento.
Washington cambia strategia: Trump media con i nemici di Israele
Anche negli Stati Uniti il vento sta cambiando. Dopo mesi di sostegno incondizionato, Donald Trump ha avviato contatti con i principali avversari di Israele nella regione, inclusi Iran, Hamas e i ribelli Houthi. L’unico risultato tangibile, finora, è stata la liberazione dell’ostaggio Edan Alexander dopo quasi due anni di prigionia.
Tuttavia, l’obiettivo di Trump era più ambizioso: arrivare a una tregua da poter rivendicare come successo diplomatico personale. Di fronte all’espansione annunciata da Israele della guerra nella Striscia – nota come “operazione Carri di Gedeone” – la Casa Bianca ha espresso un chiaro dissenso. Secondo il Washington Post, emissari di Trump avrebbero fatto sapere a Netanyahu che in caso di prosecuzione dell’offensiva, Israele rischia l’isolamento anche da parte americana.
Pressioni dall’Occidente: 22 Paesi chiedono lo stop alle operazioni
Oltre agli Stati Uniti, anche molti altri governi occidentali stanno aumentando la pressione su Israele. Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Australia – in tutto 22 Paesi – hanno chiesto congiuntamente la ripresa immediata e totale degli aiuti umanitari verso Gaza. Ma alcuni si sono spinti oltre: Parigi, Londra e Ottawa hanno minacciato “azioni concrete”, incluso il riconoscimento unilaterale dello Stato di Palestina, se l’offensiva militare non si arresterà.
La reazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si è fatta attendere. In una dichiarazione dai toni duri, ha accusato gli ex alleati di “premiare” l’attacco del 7 ottobre, bollato da Israele come genocida. Netanyahu ha ribadito che il Paese continuerà a difendersi “fino alla vittoria totale”.
Una frattura diplomatica che si allarga
Il messaggio che arriva da Bruxelles, Washington e da molte altre capitali occidentali è chiaro: la pazienza verso la strategia militare israeliana sta finendo. Il crescente isolamento diplomatico potrebbe aprire nuovi scenari nella regione, spingendo verso una revisione forzata della linea di condotta di Israele. Intanto, per i civili di Gaza, il tempo stringe: l’emergenza umanitaria è ormai fuori controllo, e il cessate il fuoco appare ancora lontano.
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