di Velia Iacovino

Il messaggio dell’agenzia è chiaro: la sostenibilità fiscale americana è a rischio. Il deficit cresce senza controllo, spinto dagli interessi sul debito, dalle spese obbligatorie e da un sistema fiscale che fatica a produrre entrate adeguate.

Per oltre un secolo, dal 1919,  gli Stati Uniti hanno potuto vantare il massimo giudizio di affidabilità finanziaria. La tripla A di Moody’s era più di una sigla: era un simbolo, un sigillo di fiducia globale nell’economia americana. Ora, anche quell’ultimo bastione è caduto. Moody’s ha declassato il debito sovrano degli Stati Uniti ad Aa1, ponendo fine a un’era iniziata nel lontano 1919. Il giudizio non arriva a sorpresa. Fitch e Standard & Poor’s avevano già degradato Washington negli scorsi anni. Ma il colpo di Moody’s è diverso: arriva in un momento politicamente delicatissimo, a pochi mesi da una nuova tornata elettorale, con un debito che ha sfondato la soglia vertiginosa dei 36.000 miliardi di dollari, e con un’amministrazione – quella del presidente Trump – intenzionata a rilanciare massicci tagli fiscali, solo parzialmente compensati da riduzioni nella sanità, nel welfare e nella transizione ecologica.

Il messaggio dell’agenzia è chiaro: la sostenibilità fiscale americana è a rischio. Il deficit cresce senza controllo, spinto dagli interessi sul debito, dalle spese obbligatorie e da un sistema fiscale che fatica a produrre entrate adeguate. Le amministrazioni passate e il Congresso – afferma Moody’s con tono severo – hanno fallito nel mettere in atto riforme strutturali per frenare l’emorragia.

Non si tratta solo di numeri. Il declassamento è anche – e soprattutto – un giudizio sulla politica americana: sulla sua incapacità di programmare, di mediare, di costruire un percorso sostenibile. In un sistema paralizzato dalla polarizzazione e dalle campagne permanenti, i bilanci diventano strumenti ideologici più che atti di responsabilità.

Il rischio ora è duplice. Da un lato, l’aumento dei costi di finanziamento per lo Stato, che si rifletterà sui tassi e sulle famiglie. Dall’altro, l’erosione della fiducia internazionale. Se la potenza globale per eccellenza comincia a essere percepita come strutturalmente fragile sul piano fiscale, ne risentirà anche la leadership del dollaro, già sotto pressione in un mondo multipolare.

Il downgrade di Moody’s non è una catastrofe immediata, ma un campanello d’allarme inequivocabile. Eppure, non si intravedono segnali di inversione: il dibattito resta polarizzato, le riforme impopolari vengono accantonate, e ogni promessa fiscale viene usata come arma elettorale, senza calcolarne le conseguenze a medio termine.

La realtà, però, resta più testarda delle retoriche. E il verdetto delle agenzie, volenti o nolenti, ci ricorda che anche per l’America c’è un limite al debito. Quando la politica si rifiuta di fissarlo, sono i mercati – prima o poi – a farlo al suo posto.

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