di Guido Talarico
Primo americano a salire sul trono di Pietro. E’ un’elezione storica che apre una nuova importante pagina nel millenario percorso dei cattolici. Ma è una elezione contraddistinta più dagli interrogativi che dalle certezze, nel senso che, al di là della sicumera di una pletora di improvvisati neovaticanisti, sono molte le domande che avranno ancora bisogno di tempo per avere plausibili risposte
di Guido Talarico
Per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, il nuovo pontefice proviene dagli Stati Uniti. Il collegio dei cardinali riunito in conclave ha eletto papa il cardinale Robert Francis Prevost, nato a Chicago, che ha scelto il nome di Leone XIV. Si tratta del 267º papa della Chiesa cattolica e del primo in assoluto a provenire dagli Stati Uniti. E’ un’elezione storica che apre una nuova importante pagina nel millenario percorso dei cattolici. Ma è una elezione contraddistinta più dagli interrogativi che dalle certezze, nel senso che, al di là della sicumera di una pletora di improvvisati neovaticanisti, sono molte le domande che avranno ancora bisogno di tempo per avere plausibili risposte.
Le sue frasi sul pacifismo “Che la pace sia con voi”. “Una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante” sono certamente molto significative ed indicano ina direzione chiara, ma come andranno a collocarsi nello stallo in cui sembrano calati i conflitti che più affliggono, vale a dire Ucraina e Medio Oriente? E poi, la sua elezione come lascia l’elettorato cardinalizio: è più unito o diviso? Se fosse vero che l’orientamento verso Prevost è stato creato da un blocco Nord e Sud Americano unitosi a quello Africano questo vorrebbe dire che c’è stata una spaccatura nel Conclave? E se si, era solo per tenere fuori da San Pietro gli europei o c’era dell’altro? Oppure è l’elezione di una Papa di mediazione che va nella continuità nel solco tracciato da Francesco? Potremmo continuare con le domande, ma ad oggi nessuna troverà una risposta definitiva.
Restiamo dunque ai fatti, alle cose certe. La prima è che fino ad oggi nessuno Papa era mai arrivato dagli Stati Uniti. Il giorno prima dell’elezione, il vescovo americano Robert Barron, alla guida della diocesi di Winona–Rochester, aveva offerto una possibile spiegazione per questa lunga assenza: “Il cardinale George di Chicago, di venerata memoria, diceva che finché l’America sarà una superpotenza mondiale, non ci sarà mai un papa americano. Nessuno vuole che gli Stati Uniti abbiano anche il controllo religioso del mondo”. Questo sembra un discorso legato all’antipatia globale che Trump ha saputo attirare addosso al suo Paese, quasi come se i cardinali con questa elezione avessero voluto dire che l’America è capace di andare oltre il trumpismo. Appare tuttavia come una tesi debole. La curia pensa a se stessa non al destino dei singoli paesi.
L’elezione di Prevost, il cui nome circolava già da giorni ma non tra i possibili favoriti, è più probabilmente un modo della Chiesa per ribadire la sua centralità di fede globale, l’unità di vedute e di sentito dei cardinali e anche l’indipendenza dalla curia romana. Ma tutto questo, come dicevamo, avrà bisogno di tempo per essere verificato. Un’altra verità è che questo è un Papa giovane, non come quello di Sorrentino, ma pur sempre sotto la media. Il che vuol dire che dalla sua avrà anche il tempo per affrontare e tentare di risolvere che grandi sfide che attendono la Chiesa nel secondo quarto di questo millennio.
Un’altra certezza viene dalla sua preparazione e dal suo alto “standing” culturale. Moderato e vicino a Papa Francesco, agostiniano, grande studioso, Prevost ha inoltre un profilo internazionale: oltre alla cittadinanza americana, è anche cittadino peruviano, avendo trascorso molti anni in missione in Perù. Questa doppia appartenenza potrebbe aver contribuito a superare le resistenze legate alla sua nazionalità statunitense.
In precedenza, Prevost ha guidato il potente Dicastero per i Vescovi, l’organismo vaticano responsabile della selezione dei nuovi vescovi. Una posizione che gli ha garantito grande visibilità e peso all’interno della Curia romana. Sul piano dottrinale, Leone XIV viene descritto come un centrista, aperto all’inclusione dei gruppi emarginati — in linea con l’orientamento pastorale di Francesco — ma resta fedele alla tradizione su temi come l’ordinazione delle donne, a cui si oppone.Mentre molti fedeli LGBTQ sperano in segnali di maggiore inclusione, il nuovo papa appare intenzionato a proseguire su un percorso di equilibrio tra apertura pastorale e continuità dottrinale. Vedremo già nei prossimi giorni come il nostro nuovo Papa si esprimerà sui temi chiave di politica internazionale, sulle tante guerre in corso. Guerre che, come diceva Francesco “messe insieme fanno una guerra mondiale”.
La prima e più importante cartina di tornasole forse sarà proprio il rapporto con Donald Trump, che si è già congratulato con Papa Leone augurandosi di poterlo incontrare presto. Ma il Presidente Usa, come ormai sappiamo, è un personaggio imprevedibile. Anche tra i più avveduti commentatori internazionale, prima di dire che tra Papa e Potus scatterà un buon feeling, aleggia un clima da “wait and see”. Troppe sono le variabili, molte le incertezze. Ma, ribadiamo, questo è un cambiamento epocale. E comunque la si voglia guardare l’elezione di Prevost, anche per la sua giovane età, per la sua formazione agostiniana e missionaria e per le doti culturali e pastorali, che quasi tutti gli riconoscono, è una di quelle che lascerà un segno profondo nella storia non solo cattolica di questo secolo.
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