di Alberto Gambino
Il governo Netanyahu approva un piano di occupazione militare su larga scala nella Striscia. Ma l’offensiva per ragioni mediatiche non dovrà interferire con il tour mediorientale del presidente Trump nella regione . Critiche internazionali, tensioni interne e rischio per gli ostaggi. Pesanti bombardamenti sullo Yemen
Israele è pronto a cambiare passo nella guerra a Gaza. Dopo 577 giorni di conflitto, il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha approvato nella notte un piano militare che segna una svolta radicale: dall’operazione limitata si passa a una fase di occupazione prolungata di nuovi territori, con l’obiettivo dichiarato di “spingere” milioni di palestinesi verso il sud della Striscia. Il nome scelto per l’offensiva è evocativo e biblico: “Carri di Gedeone”, ispirato al giudice che sconfisse un nemico molto più numeroso, simbolo del rapporto di forza che Israele intende affermare nella regione.
Ma l’inizio delle operazioni è stato congelato. La ragione è politica e mediatica: evitare che le immagini della devastazione coincidano con la visita di Donald Trump nei Paesi del Golfo. Il presidente americano — che punta a rilanciare la sua diplomazia personale tra Arabia Saudita, Qatar ed Emirati — avrebbe chiesto discrezione e “finestra di opportunità” fino al 16 maggio. Fino ad allora, i tank israeliani resteranno fermi, in attesa.
Il nuovo piano, discusso per oltre sette ore in un Consiglio di sicurezza dominato dall’estrema destra messianica, ha radici in un vecchio schema militare — il cosiddetto “Piano Eiland” — ora rilanciato e ribrandizzato come Piano Netanyahu. Prevede la conquista e l’occupazione di ampie zone nel centro e nel sud della Striscia, con la progressiva evacuazione forzata della popolazione palestinese verso Khan Yunis e Deir al Balah. Rafah diventerebbe zona cuscinetto sotto controllo militare diretto.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i più accesi sostenitori dell’operazione, ha dichiarato che “Israele deve riappropriarsi della parola occupazione”, auspicando la ricostruzione delle colonie evacuate anni fa. Secondo indiscrezioni interne, non si esclude l’annessione dell’intera Striscia. Alcune fonti vicine all’esecutivo ammettono: “Potremmo prenderla tutta”.
La comunità internazionale ha reagito con allarme. Le Nazioni Unite parlano di “catastrofe umanitaria in corso”, mentre l’Unione Europea denuncia una “grave violazione del diritto internazionale”. In 18 mesi di guerra, i morti a Gaza superano quota 52 mila, le scorte di viveri e medicinali sono esaurite e i valichi restano chiusi.
All’interno del governo israeliano, la tensione è palpabile. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir si è duramente scontrato con il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir sulla questione degli aiuti umanitari, bloccati da settimane. “Non affameremo i palestinesi”, ha detto Zamir, ottenendo il via libera alla ripresa della distribuzione, ma solo nel sud e tramite aziende di sicurezza straniere. Il generale ha escluso l’impiego di truppe per motivi di sicurezza.
Un altro punto critico riguarda la sorte dei 59 ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas. Zamir ha avvertito che un’escalation militare potrebbe compromettere la loro sopravvivenza: meno di 24 sarebbero ancora in vita, secondo fonti interne. I familiari protestano quotidianamente, chiedendo di fermare l’offensiva e riaprire i canali negoziali.
Intanto, il conflitto si estende oltre Gaza. Almeno 30 jet israeliani hanno bombardato postazioni Houthi in Yemen dopo il lancio di un missile che ha minacciato l’aeroporto Ben Gurion. E mentre la guerra si allarga, cresce l’ombra di un disegno geopolitico più ampio: Trump, secondo alcuni report, avrebbe ipotizzato un futuro in cui Gaza venga “svuotata” e affidata a un controllo esterno, magari americano. Una proposta che molte ONG definiscono “pulizia etnica”.
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L’articolo Operazione “Carri di Gedeone”. Israele prepara l’invasione finale di Gaza, ma la rinvia a dopo la visita di Trump nella regione proviene da Associated Medias.

