di Emilia Morelli
Una raffica di condanne colpisce decine di oppositori politici accusati di cospirazione contro lo Stato. Un processo opaco che solleva forti dubbi sulla deriva autoritaria del governo Saied
Un’ondata di condanne senza precedenti si è abbattuta in Tunisia contro una quarantina di figure legate all’opposizione politica. Le pene, emesse nella notte, raggiungono anche i 66 anni di carcere. Le accuse sono gravissime: “complotto contro la sicurezza dello Stato” e “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. Tuttavia, dietro questi capi d’accusa si celano episodi discutibili, come semplici incontri con diplomatici stranieri o scambi di messaggi su piattaforme private. Il contesto, secondo molti osservatori, è quello di un sistema giudiziario piegato al volere dell’attuale presidenza.
Contatti con ambasciatori europei tra le accuse chiave
Molti degli imputati – tra cui noti avvocati, attivisti, imprenditori e politici – sono accusati di aver avuto contatti con rappresentanti diplomatici di paesi occidentali, come Francia, Stati Uniti e Italia. Paradossalmente, questi stessi paesi sono partner ufficiali della Tunisia. Tra i nomi menzionati spicca quello di Fabrizio Saggio, ex ambasciatore italiano a Tunisi e ora consigliere diplomatico di Giorgia Meloni. Nessuno dei diplomatici citati è stato convocato o ha testimoniato in aula, nonostante le richieste formali della difesa.
Una giustizia piegata al potere
Secondo numerosi analisti e membri della società civile, il processo è stato tutto fuorché trasparente. Gli imputati non hanno potuto prendere la parola in aula, e le prove contro di loro si basano su testimonianze anonime e messaggi scambiati via Whatsapp. La sensazione diffusa è che il sistema giudiziario tunisino sia ormai completamente sotto il controllo del potere esecutivo, guidato dal presidente Kais Saied, accusato da più fronti di condurre il paese verso un regime autoritario.
Condizioni carcerarie disumane e assenza di diritti
Per gli imputati, le sentenze non significano solo privazione della libertà, ma anche condizioni di detenzione estremamente dure. Le carceri tunisine sono note per il sovraffollamento, la scarsa igiene e l’assenza di riscaldamento in inverno o ventilazione in estate. I detenuti dipendono dagli aiuti alimentari di amici e familiari, potendo consumare solo cibo freddo. Tra i condannati ci sono figure di spicco come Jawhar Ben Mbarek, condannato a 18 anni, e il leader islamista moderato Nourredine Bhiri, a cui sono stati inflitti 43 anni. Spicca la pena massima, 66 anni, per Kamel Eltaief, noto uomo d’affari.
Critiche dall’interno e dall’esterno del paese
Dure le reazioni delle difese. Samia Abbou ha definito il processo “una farsa giuridica”, mentre Haifa Chebbi ha parlato apertamente di verdetto “già scritto”. Kamel Jendoubi, attivista per i diritti umani e ex ministro, ha parlato di “esecuzione giudiziaria” messa in atto da una magistratura asservita al potere. Anche l’ONU, attraverso l’Alto commissariato per i diritti umani, aveva già denunciato mesi fa una crescente persecuzione verso dissidenti e giornalisti tunisini.
La narrazione del regime e il controllo dei media
Secondo l’analista Hatem Nafti, ciò che viene definito “complotto” è in realtà una costruzione narrativa su cui il regime ha basato la propria legittimità sin dal 2021. Su X ha spiegato come questa visione sia condivisa da una parte significativa della popolazione, grazie al controllo pressoché totale sui media e alla repressione sistematica del dissenso. Il silenzio assordante delle istituzioni europee, infine, si intreccia con la stretta alleanza tra Saied e l’Italia, sancita anche dall’accordo con l’UE per limitare i flussi migratori verso Lampedusa.
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