L’ istituto di Statistica ha presentato il “Rapporto Annuale 2023”. Dallo studio emergono punti forti e criticità

di Emilia Morelli

In Italia l’economia è in fase di recupero il saldo commerciale a fine 2022 è tornato in attivo, sono in aumento gli occupati e specularmente in diminuzione i disoccupati e inattivi. Al tempo stesso però si rilevano alcuni fattori di incertezza, dall’invecchiamento della popolazione (un problema che viene da lontano) alla crisi in Ucraina, con il conseguente aumento dei costi di produzione per le imprese e dei prezzi al consumo per le famiglie. Incognite che potrebbero appesantire o, nello scenario peggiore, anche rallentare la crescita. Questo, in estrema sintesi, è il quadro che emerge  Rapporto annuale 2023 dell’Istat, sottotitolo “La situazione del Paese”, presentato a Monte Citorio, e che restituisce una fotografia dell’Italia analizzando punti forti e criticità.

Tra gli aspetti rilevanti in primo luogo bisogna considerare l’invecchiamento della popolazione:  l’età media è salita da 45,7 anni a 46,4 anni tra l’inizio del 2020 e l’inizio del 2023. Il processo di invecchiamento non è stato scalfito neppure dall’elevato numero di decessi di questi ultimi tre anni, oltre 2 milioni e 150mila, di cui l’89,7 per cento riguardante persone con più di 65 anni.

In Italia, inoltre, il numero di ultracentenari ha raggiunto il suo più alto livello storico, sfiorando, al 1° gennaio 2023, la soglia delle 22 mila unità, oltre duemila in più rispetto all’anno precedente. Gli ultracentenari sono in grande maggioranza donne, con percentuali superiori all’80 per cento dal 2000 a oggi. Gli scenari demografici prevedono un consistente aumento dei cosiddetti “grandi anziani”: nel 2041 la popolazione ultraottantenne supererà i 6 milioni; quella degli ultranovantenni arriverà addirittura a 1,4 milioni.

Parallelamente l’Istat ha registrato un ulteriore record ma in negativo, quello relativo alla crisi demografica. Per la prima volta si sono registrate nasciste per un numero inferiore alle 400 mila unità (393 nuovi nati nel 2022).

Uno dei nodi più critici è la situazione di vulnerabilità dei giovani.Secondo l’Istat, gli indicatori del benessere dei giovani, in Italia, sono ai livelli più bassi in Europa e, nel 2022, quasi un ragazzo su due tra 18 e 34 anni ha almeno un segnale di deprivazione, 4 milioni e 870 mila persone. Inoltre circa 1,7 milioni di giovani, quasi un quinto di chi ha tra 15 e 29 anni, non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione (i cosiddetti Neet). La quota di Neet è al 20%, pari a 1,7 milioni di persone, e resta sopra la media Ue di oltre 7 punti, più bassa solo a quello della Romania.

Il fenomeno dei Neet interessa in misura maggiore le ragazze (20,5%) e, soprattutto, i residenti nelle regioni del Mezzogiorno (27,9%) e gli stranieri (28,8%). L’incidenza dei Neet diminuisce al crescere del titolo di studio: è di circa il 20% tra i giovani diplomati o con al più la licenza media, mentre si ferma al 14% tra i laureati.

È un fenomeno che si associa a un tasso di disoccupazione giovanile elevato (il 18%, quasi 7 punti superiore a quello medio europeo), con una quota di giovani in cerca di lavoro da almeno 12 mesi tripla (8,8%) rispetto alla media europea (2,8%). Circa un terzo dei Neet (559 mila) è disoccupato, nella metà dei casi da almeno 12 mesi (il 62,% nel Mezzogiorno, contro il 39,5% nel Nord). Mentre quasi il 38 % dei Neet (629 mila) non cerca lavoro né è disponibile a lavorare immediatamente.

Oltre tre quarti dei Neet vivono da figli ancora nella famiglia di origine e solo un terzo ha avuto precedenti esperienze lavorative, un valore che varia tra il 6,8% per chi ha meno di 20 anni, il 46,7% per chi ha 25-29 anni.

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