Recovery Fund: i moniti diversi di Draghi, Strada e Cimbri per una buona programmazione

Gino Strada

di Massimo Cellini

Dobbiamo rispettare le nuove restrizioni. Dobbiamo avere pazienza. Dobbiamo stare distanziati. Dobbiamo fare tutto con molta attenzione e tenere duro. Certo, non si discute. Covid ha imposto tutto questo e noi, chi più chi meno, mascherina in bocca proviamo a fare quello che ci viene imposto.  Lo sconforto maggiore però viene da dove meno te lo aspetti. Cioè da quella politica che dovrebbe fare il suo dovere, dovrebbe portarci fuori dalla crisi, indicando con autorevolezza la strada verso la rinascita. E invece niente. Assistiamo alla solita gazzarra nella quale ogni parte tira l’acqua al proprio mulino, dimentica delle necessità della collettività.

Sul Recovery Fund, questo ormai mitico piano europeo per la palingenesi continentale, il comportamento del politico medio italiano, di maggioranza quanto di opposizione, è alquanto imbarazzante. Sembra che con l’arrivo di questa montagna di soldi da utilizzare nell’arco di cinque anni potremo risolvere tutti i nostri problemi. Certo, ricevere una somma così ingente aiuterà l’economia italiana. A patto naturalmente che questi soldi si riesca a spenderli bene e nei tempi previsti. E qui naturalmente, come stiamo vedendo dal dibattito politico degli ultimi giorni, le cose si complicano.

L’ultimo monito di Mario Draghi del resto è molto chiaro. Se i soldi verranno indirizzati per far crescere il Pil, il nuovo debito che avremo accumulato sarà sostenibile, altrimenti sarà molto complesso gestire la situazione che avremo di fronte. Un monito garbato, ma molto preciso. L’ex presidente della BCE ha spiegato infatti chiaramente che cercare di salvare ad ogni costo tutte le imprese colpite dalla crisi porterebbe il sistema bancario sull’orlo di una crisi sistemica a causa dell’inevitabile incremento dei crediti incagliati.

Altro monito, diverso da quelli di Draghi ma non meno interessante, è arrivato da Gino Strada, uomo di grande competenza per la gestione di situazioni sanitarie critiche in giro per il mondo: scordatevi – ha detto Strada – che usciremo da questo problema sanitario prima del 2022  o del 2023. Una voce alquanto fuori dal coro, quello di Strada sulla fuoriuscita dalla crisi, che ci deve far riflettere. E a guardare i dati sui vaccini è difficile dargli torto: per l’Italia sono previsti, per il 2021, 37 milioni di vaccini. Questo significa che al massimo, 18 milioni di persone saranno vaccinate, essendo obbligatorio fare il richiamo.  Se togliamo gli anziani (14 milioni gli over 65 in Italia), le forze dell’ordine (300 mila), il sistema sanitario (600 mila), e parte della pubblica amministrazione (1,2 milioni dipendenti del Miur) significa che buona parte del sistema produttivo italiano non verrà vaccinato nel 2021. Questo, come è del tutto evidente, significa che dovremo convivere con il Virus per lungo tempo, significa dover continuare a rispettare alcune restrizioni almeno per tutto il 2021, significa immaginare un lungo periodo di transizione.

Un ulteriore monito è arrivato dall’amministratore delegato di Unipolsai, Carlo Cimbri, il quale, nel corso del forum su Wellfare Italia 2020, ha sottolineato con una certa forza come nei prossimi mesi, se non anni, dovremo innanzitutto preoccuparci del mondo del lavoro e poi del resto. Dovremo – ha detto Cimbri – affrontare un significativo incremento della povertà e del tasso di disoccupazione, se non verranno trovate soluzioni semplici ed immediate per l’economia reale. Insomma, prima di preoccuparsi di digitale o di sostenibilità ambientale, bisognerà dare dei seri stimoli all’economia reale di base.

Ora, nonostante gli allarmati interventi in questa direzione di personalità diverse tra loro, ma convergenti su questo tema, come sono appunto quelle di Draghi, Strada e Cimbri, la politica sembra invece restare imprigionata nelle beghe di palazzo e nella solita sterile contrapposizione dialettica, incapace di esprimersi in maniera netta e qualificata. Sempre pronta a sottolineare le colpe altrui (precedenti governi) senza dare concrete soluzioni su obiettivi di breve /medio / lungo termine. Tutti pronti a tentare di dividersi i 209 miliardi di euro in arrivo, ma nei fatti incapaci di delineare delle linee guida credibili, chiare, prospettiche.

A leggere le cronache di queste ultime settimane il Governo stesso sembra infatti non riuscire ad andare oltre un’indicazione generica dei settori nei quali i fondi europei andranno spesi.  I punti elencati dal Governo per il Recovery Plan e le relative cifre allocate, rappresentano non più che la bozza di una visione, se non una lista dei desideri. In realtà bisognerebbe capire quale sarà l’impatto occupazionale, in quali tempi verranno proposti e realizzati i vari progetti per i quali si chiedono i fondi europei e quali competenze saranno necessarie per stimolare la ripresa del mondo del lavoro.

Bisognerebbe scegliere quali settori e quali aziende aiutare come sostiene Draghi, avere la capacità di gestire un lungo periodo di transizione medica come dice Strada, e dare ai lavoratori risposte concrete e realizzabili immediatamente come dice Cimbri. Di tutto questo dovrebbe essere capace la politica.  Fare scelte razionali ed efficaci nell’interesse della collettività dovrebbe essere la sua missione. Ma, come diceva il teologo James Freeman Clarke, un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista pensa alle prossime generazioni. E siccome il nostro è un paese dove il rischio di andare al voto è costante, il respiro della nostra programmazione politica è drammaticamente conseguente.

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