Commercio estero: La firma dell’accordo RCEP voluto dalla Cina impone reazione europea

di Massimo Cellini

E’ di questi giorni la notizia di un accordo commerciale firmato da 15 paesi del sud est asiatico tra cui la Cina. L’accordo ha avuto una lunga gestazione, ci sono voluti ben otto anni per la firma, ma alla fine il risultato è arrivato. Immaginate un mercato tra 15 paesi che assieme generano un Pil di 26 trilioni di dollari. Un valore enorme, quasi impossibile da immaginare, un importo pari al 30% del Pil mondiale. Stiamo parlando di un mercato di 2, 2 miliardi di consumatori.

Sono numeri giganteschi che porteranno nei prossimi anni cambiamenti epocali nelle relazioni internazionali. L’accordo RCEP, che è l’acronimo di Regional Comprehensive Economic  Partenership, permetterà alle aziende di questi 15 paesi, di far viaggiare le merci liberamente in tutta l’area. Dalla Nuova Zelanda alla Cina, dall’Australia al  Giappone, dalla Corea del Sud a Singapore, dalle Filippine al Myamar, le merci si muoveranno in continuità.

Non solo. Anche la parte normativa e fiscale implica profonde modifiche ed agevolazioni. Vi sono infatti le regole relative alla graduale riduzione o eliminazione dei dazi, delle restrizioni quantitative e, in genere, delle barriere al commercio tra i paesi firmatari. Insomma una vera rivoluzione, che certamente avrà un grande impasso nelle economie di questi paesi.

A noi, che viviamo in Europa, questo accordo forse non sembra qualcosa di eccezionale, anche perché sono mercati che ci appaiono molto lontani. La grande stampa per altro non ha dato grande rilievo all’avvenimento. Ma gli analisti di geopolitica e gli economisti di mezzo mondo, vedono in questo accordo lo scardinamento di importanti equilibri socio economici, dove le vittime principali potremmo essere proprio noi europei.

La Cina, primaria artefice di questo accordo, avrà la possibilità di ampliare a dismisura le proprie capacità di sviluppare i mercati, gli altri paesi la possibilità di entrare nel mercato cinese dalla porta principale. In questo scenario, ancora una volta, l’Italia e l’Europa risultano rimanere ai margini dei grandi cambiamenti che stanno alterando i commerci globalizzati. Incapaci di creare sia le basi per supportare gli scambi commerciali in questa popolosa e decisiva parte del pianeta ma sostanzialmente incapaci di costruire alternative efficaci, ad esempio con l’Africa.

Non stiamo parlando delle buone intenzioni che pure animano le varie istituzioni comunitarie a supporto dell’export, che sulla carta ci sono, ma di azioni concrete (trattati o accordi specifici) che  possano creare i presupposti per consentire alle imprese europee di accedere facilmente a quei mercati e di poterseli disputate ad armi pari con le altre aziende.

Una nazione e un continente come i nostri, rendendosi conto dell’importanza dello sviluppo economico e del valore strategico dell’export, dovrebbero intervenire in modo organico, a livello di sistema. Dovrebbe cioè dotarsi di persone ed infrastrutture adeguate che abbiamo la visione, la caratura e la competenza per lavorare nel lungo termine al fine di raggiungere obiettivi come quelli centrati dai 15 paesi del sud est asiatico.

Italia ed Europa dovrebbero cioè essere capaci di avere un approccio visionario, che sappia superare le necessità contingenti guardando invece alle prospettive future del commercio internazionale con maggiore efficacia. Soltanto così riusciremo a fare restare competitive le nostre aziende e a salvare le nostre economie.

Che il commercio globale sia una questione vitale lo hanno ormai capito in tanti. Nei mille disastri della sua amministrazione, Donald Trump ha fatto molto per il commercio difendendo ed agevolando innanzitutto le imprese americane. Cosi come lo ha ben capito la Cina che ha trascinato con se paesi anche tradizionalmente filo occidentali come Il Giappone, la Corea del sud e l’Autralia. Insomma, il RCEP per noi non è una buona notizia, a meno che non diventi una sveglia per Bruxelles. Un bel campanello d’allarme che, Covid o non Covid, ridesti da un sonno ormai troppo lungo quanti hanno la responsabilità di portare l’Europa verso un futuro migliore.

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