Cinema: Mainstream di Gia Coppola un faro sui millennial

di Gaia Stanzani

Click e Like misurano valore, emoticon sostituiscono il linguaggio e lo schermo scalza l’interazione sociale reale. Il film “Mainstream” di Gia Coppola, presentato nella categoria Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia, ci mette davanti alla cupa realtà dei social media e della cultura degli influencer, tracciandone i percorsi capricciosi e arbitrari e puntando il dito contro la grottesca caccia al tesoro alla ricerca della fama su internet. Ambientato a Los Angeles, il film di Coppola narra la storia di tre ragazzi di vent’anni, uno dei quali viene catapultato verso la celebrità su internet dall’oggi all’indomani, diventando il tipico millennial da lui ripudiato all’inizio del film.

A guidare i personaggi, la triade universale contemporanea: amore, denaro e followers, ove la nozione di amore è distorta dalla fama dei social media; l’intimità dell’amore interpersonale individuale è sostituito dall’amorevole approvazione virtuale dei “followers”, ovvero dagli estranei. Analogamente, anche nel suo film “Palo Alto” (2013), Coppola ci parla dell’entrata nel mondo degli adulti: adolescenti che si fanno strada al liceo, brancolando nella vita con il loro bagaglio di insicurezze ed incertezze. In “Mainstream” tuttavia, questo processo di sviluppo e di scoperta di sé si complica ancora di più per via di un protagonista inquietante: internet.

Coppola affronta il tema seguente: i social media sono un microcosmo che dipende dall’auto-rappresentazione, con la promessa di immagini e percezioni dai contorni chiari, ma che di fatto – in modo ironico ed insidioso – sfocano la percezione di se stessi e degli altri, rendendo l’identità problematica. La satira di Coppola fa riferimento alla serie “Black Mirror”, nel suo ritratto coraggioso e catastrofico di internet, nella sua missione di indagare sulle cupe implicazioni della dipendenza tecnologica. Nel suo articolo su Variety, Jessica Kiang definisce il film privo di sfumature, definendo la critica di Coppola ai pericoli della fama del web priva di originalità e già ampiamente dibattuta.  A mio parere, anche se il tema del film non brilla per originalità, è pur significativo in termini di pertinenza e se vogliamo considerare il film per la sua utilità sociale e non per il suo merito artistico, la pertinenza eclissa l’originalità creativa.

Nel suo articolo sul Financial Times, Raphael Abraham è leggermente più indulgente nella recensione del film, riconoscendo il significato generale del messaggio di Coppola. Tuttavia, secondo Abraham, il “film è suscettibile ad alcune di quelle cose che sembra proprio disprezzare”, facendo riferimento agli emoticon proiettati e ad effetti digitali stravaganti. Anche se questo potrebbe apparire incoerente, forse lo scopo del regista nell’integrare questi aspetti non era quello di conformarsi al linguaggio dei social media ma piuttosto di prenderne atto e denunciarne la presenza pervasiva. Nella sua accusa alla cultura tossica degli influencer, Coppola denuncia soprattutto il desiderio di fama su internet come un desiderio vacuo e privo di scopo, definendo la fama sul web come una fama fine a se stessa; una fama dalla qualità priva di sostanza che viene considerata indipendentemente dalle azioni che vi sono associate. Tuttavia, anche se il film è sincero nella sua critica alle reti digitali, per molti influencer ed utenti dei social media in generale, questa stessa critica si è tramutata in uno stratagemma alla moda per raggiungere una fama su internet ancora maggiore. Il risultato è l’incoerenza seguente: molti influencer che oggi predicano costantemente contro l’immagine del corpo tossica promossa dai social media continuano tuttavia a postare immagini che ritraggono proprio quello stesso standard malsano, non riconoscendo di aver raggiunto la loro fama su internet proprio perché hanno promosso e tutt’ora promuovono questo stesso standard attraverso i loro post.

I social media si basano su concorrenza ed artificialità malsane. La comunicazione fra followers e followed è problematica in quanto passa attraverso uno schermo che appare come uno specchio deformato, ove coloro che sono seguiti ritraggono realtà perfezionate irreali, suscitando nei followers un atteggiamento da spettatore geloso. Si attiva cosi una complessa risposta psicologica nei followers ove confluiscono sentimenti di ammirazione, gelosia e invidia. Per questo motivo, le sezioni dedicate ai commenti vengono utilizzate dai followers per dare sfogo a sentimenti misti di frustrazione ed ammirazione espressi attraverso osservazioni odiose: le piattaforme digitali diventano così tossiche sia per i followers che per i followed.

 (Associated Medias) Tutti i diritti sono riservati

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*